RIFLESSIONI SUL TRAUMA: Analisi e strategie di cura

RIFLESSIONI SUL TRAUMA: Analisi e strategie di cura

ISTITUTO DI PSICOLOGIA INDIVIDUALE “A. ADLER”

Member Group of the international Association of Individual Psychology 

Dott. Grandi Gian Piero: Psicoterapeuta, Analista S.I.P.I.

 

  • Freud e la psicoanalisi verso la psicologia individuale
  • Conclusioni
  • Bibliografia

Introduzione alla teoria del trauma.

Il termine “trauma” ed evento traumatico, sono ormai entrati a far parte del linguaggio comune di numerose “professionalità” (medici, psicoanalisti, psicologi, insegnanti, educatori, ecc…); ciò nonostante risulta difficile proporre una teoria del trauma che ne abbracci ed esaurisca tutti gli aspetti che li costituiscono e li caratterizzano.
L’uomo o, se vogliamo adoperare un linguaggio più psicoanalitico, l’individuo è ormai immerso e costretto a vivere in una società in cui predomina un forte senso di disagio che può portare al manifestarsi di situazioni traumatiche. Superata è la teoria che faceva riferimento esclusivamente al trauma psichico in cui un evento scatenante portava al manifestarsi del trauma. Si vive all’interno della società nella quale si possono verificare esperienze sia di natura interna che esterna che possono portare all’insorgere di vissuti traumatici.
Restano, sicuramente, gli eventi traumatici fisici quali ad esempio gli abusi e le violenze ma non si possono trascurare tutte le altre forme di violenza che un individuo può subire nel corso della sua esistenza.
Obiettivo è riuscire a individuare delle strategie di cura e dei percorsi per ovviare all’insorgere e al protrarsi di un generale senso di malessere. In queste riflessioni si ha come obiettivo il provare a delineare la storia del trauma apportando alcune considerazioni in merito ai contributi di Freud per poi spostare l’attenzione in un’ottica individual-psicologica.
I termini “trauma” e “situazione traumatica” possono essere ricondotti a due aspetti complementari tra loro: a) qualcosa di concreto con la realtà; b) il tipo di vissuto o risonanza intrapsichica che ne consegue. Se si vuole essere più precisi, un trauma si manifesta quando un soggetto ha vissuto una determinata esperienza, per lui, traumatica oppure quando si percepisce che nel nostro mondo interno vi è un qualcosa, una risonanza, che riteniamo per noi disturbante e di conseguenza traumatica.
Il trauma è considerato come un evento doloroso e che, secondo il pensiero di alcuni autori, si presenta improvvisamente; è un evento quindi vissuto come inaspettato. Può indicare un avvenimento di forte intensità; la situazione traumatica si riferisce a qualcosa che ha una durata nel tempo (o collocabile in un determinato periodo) e che può essere composta dalla sommatoria di singoli eventi che, considerati singolarmente, non avrebbero la valenza di dannosità attribuibile al trauma.
Una definizione ottimale, per essere più esaustivi, è data dall’ “Enciclopedia della psicoanalisi” di Laplanche e Pontalis (1967, p 618) che identifica il trauma come: “un evento nella vita di un soggetto caratterizzato dal fatto che una serie di stimoli fisici e/o psichici che influiscono sulla personalità oltrepassa il livello di tolleranza della condizione specifica dell’individuo. L’individuo, perciò, è incapace mediante i mezzi che sono solitamente a sua disposizione di impedire, fermare o elaborare efficacemente questa serie di stimoli psichicamente dannosi e di ripristinare il precedente stato di equilibrio”.
Alcuni studiosi hanno definito il trauma come un’esperienza viva e registrata nella carne, esperienza che per essere superata può necessitare di un accurato percorso di elaborazione in ambito terapeutico.
“Se il trauma colpisce un’anima o un corpo impreparati […] in assenza di un solido contro investimento, [esso] provoca una specie di esplosione, una distruzione delle associazioni psichiche tra sistemi e contenuti psichici, che può raggiungere persino gli elementi di percezione più profondi […] il bambino non protetto è per così dire pronto a esplodere” (cit. S. Ferenczi, Diario Clinico). Credo sia importante riportare una citazione di Sàndor Ferenczi per sottolineare la forza di un evento traumatico e le conseguenze che da esso possono scaturire. Ferenczi assieme a Freud e ad altri autori della società psicoanalitica aveva posto particolare attenzione e interesse allo studio del trauma e delle possibili strategie di cura.
Veniamo ora ad affrontare la “traumatica storia del trauma” (cit. Bonomi-Borgogno 2001) col tentativo di delineare, brevemente, il lento percorso di sviluppo di tale costrutto teorico.
In questa breve introduzione, si farà riferimento – per iniziare – all’opera “La catastrofe e i suoi simboli” (Bonomi-Borgogno, UTET, 2001, Torino) redatta in seguito a un congresso internazionale sulla riscoperta del pensiero di Ferenczi.
Non è semplice riuscire a collocare nel tempo l’origine del concetto di trauma poiché se da un lato appartiene prettamente alla psichiatria, dall’altro è radicato all’interno del senso comune ed è estremamente sensibile ai cambiamenti di mentalità. La sua comparsa può essere fatta risalire al 1880 nell’ambito della neurologia quando Oppenheim nel 1889 definì il concetto di “nevrosi traumatica”. Bisogna ricordare che in quegli anni gli studi neurologici erano anche oggetto di incontro di diverse discipline, pertanto la nozione di trauma si è incrociata con il concetto di “sdoppiamento di coscienza” affrontato nei romanzi e nel teatro.
La nozione di trauma (si fa riferimento al trauma psichico in questo frangente) può essere fatta risalire al tempo dei grandi conflitti che hanno visto l’uomo coinvolto quale principale protagonista. Ci si riferisce alla Prima e alla Seconda Guerra Mondiale sino ai reduci della Guerra del Wietnam. Importantissima è la dimensione storica che deve essere conosciuta non tanto come cultura generale quanto, piuttosto, come causa scatenante di numerosi fattori di disagio e di sviluppo per la società. Uno psicoterapeuta, in quanto uomo nel sociale, non può non conoscere la propria storia e l’eredità che ha acquisito dagli eventi del passato. Sono forme e aspetti di cultura degni d’attenzione e di riflessioni.
La scuola come luogo di formazione ha il compito di trasmettere la passione e l’interesse per la storia: materia che ingloba il bisogno e la necessità di conoscere e apprendere la cultura della nostra e delle altre civiltà con cui bisogna rapportarsi.
Tornando alla storia del trauma, le guerre del passato vanno considerate quali eventi scatenanti del disturbo post traumatico da stress. Aspetto che è poi diventato oggetto di studio nella psichiatria e nei manuali di psicopatologia. Si comincia a osservare come il contesto in cui si vive assume valore e forza che può produrre l’insorgere del trauma. I reduci di guerra hanno vissuto in condizioni di disagio che hanno portato all’insorgere di disturbi post traumatici da stress.
Pertanto l’attenzione viene spostata dal singolo evento traumatico all’imprintig ambientale: una visione più allargata che prende in considerazione l’ambiente nella sua globalità e le possibili influenze che può esercitare sulla psiche di un soggetto (le guerre in questo caso).
Un ambiente di guerra può essere considerato come “cronicamente” traumatico e oggetto d’attenzione della psicologia clinica e dello sviluppo. Il trauma può essere focalizzato vuoi su un evento oggettivo vuoi come il prodotto di un processo simbolico che vede l’intersecarsi di diversi fattori ambientali.
Si cominciano a delineare le differenze tra quanto aveva affermato Freud che riconduceva la nascita del trauma a un singolo evento scatenante (per esempio un abuso o altre forme di violenza) e coloro, come per esempio Balint, che focalizzano l’attenzione sull’individuo in rapporto con la società. Si osserva un passaggio dalla considerazione univoca del trauma a quella delle relazioni oggettuali: uomo-ambiente.
Accogliendo un’idea di traumaticità di un evento, per esempio un conflitto bellico, come caratteristica oggettiva di un evento, il DSM IV definisce il “fattore traumatico estremo” come “l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi, o altre minacce all’integrità fisica di un’altra persona; o il venire a conoscenza della morte violenta o inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da un membro della famiglia o da altre persone con cui il soggetto è in stretta relazione” (cfr. DSM-IV, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, APA, 1994).
Comincia, così, a comparire il concetto di trauma all’interno dei manuali diagnostici oggetto di studio nelle scienze mediche.
L’ICD-10 considera traumatici quegli eventi “di natura eccezionalmente minacciosa o catastrofica, in grado di provocare diffuso malessere in quasi tutte le persone” (2005, Lalli – pag 3). L’espressione in quasi tutte le persone sottolinea come un evento traumatico non si sviluppa in tutti i soggetti che vivono un evento eccezionalmente stressante e mette in luce la necessità di valutare un evento post-traumatico da stress che può verificarsi (secondo i criteri del DSM IV) dopo l’esposizione o l’esperienza di eventi traumatici estremi. Non è possibile basarsi esclusivamente sulla presunta oggettiva gravità dell’evento stesso.
L’evoluzione degli studi sul trauma, esposti brevemente, e le definizioni fornite dai manuali diagnostici ha permesso di procedere con ulteriori riflessioni relative a questa teoria di così difficile soluzione.
Fin dall’inizio dell’osservazione psicoanalitica “i traumi psichici sono stati considerati fattori rilevanti per i clinici di orientamento psicodinamico sia per la diagnosi che per la terapia dei disturbi psichici” (PDM, Cortina, Milano, 2008, p. 103).
Il disturbo post traumatico da stress, in diagnosi, viene adoperato per indicare le conseguenze di un trauma psichico. Ma il PTDS è solo una delle possibili conseguenze del trauma psichico. In seguito detto disturbo è stato classificato tra i disturbi d’ansia, tra quelli dissociativi e quelli da stress. L’evoluzione degli studi ha permesso di classificare il disturbo traumatico da stress tra i disturbi di personalità poiché “spesso questo disturbo mostra sia una tendenza alla cronicità sia una marcata influenza sullo sviluppo e il funzionamento della personalità” (PDM. Cortina, Milano, 2008, p. 104).
Si vuole concludere questa breve introduzione con alcuni riferimenti alla Seconda Guerra mondiale e in particolare ai campi di concentramento; luoghi in cui i prigionieri hanno versato in condizioni traumatiche. Gli ebrei rinchiusi nei lager non hanno subito un singolo trauma ma sono stati attori protagonisti di un totale situazione di disagio che si è protratta per diversi anni.
Tale condizione di vita può essere esemplificativa per indicare come il trauma non è la conseguenza di un singolo evento quanto piuttosto l’insieme di più esperienze che possono essere considerate traumatiche.
Sorge spontanea una domanda sulle strategie che possono essere messe in atto al fine di superare e sopravvivere in queste condizioni. La storia ha insegnato come pochi sopravvissuti ai lager siano riusciti a concludere la loro vita in tranquillità. I traumi subiti dai prigionieri si sono poi ripresentati nel corso degli anni sotto diverse forme quali ad esempio la pazzia. Sono esperienze vive e registrate nella carne, diventate parte integrante della persona.
Verranno di seguito citati due esempi di uomini che hanno vissuto in queste condizioni e che hanno affrontato la condizione traumatica con metodologia diverse. Il primo a cui si vuole fare menzione è Primo Levi, scrittore italiano noto per i suoi famosi libri che hanno descritto le condizioni di vita all’interno dei lager nazzisti (si cita per esempio “Se Questo è un Uomo”). Primo Levi è morto suicida poiché se da un lato (nelle sue opere) ha bene descritto le condizioni traumatiche in cui sono vissuti gli ebrei, non è riuscito a elaborare il trauma subito. Nel suo periodo di prigionia si è limitato a rivestire il ruolo di spettatore nei confronti dell’altrui sofferenza. Ha cercato di non farsi coinvolgere eccessivamente a livello emotivo cercando di pensare esclusivamente alla propria sopravvivenza. Il non elaborare il trauma l’ha portato a conservare dentro di sé questo enorme senso di disagio e di malessere dovuto all’esperienza subita.
Diversa è la storia di Victor Frankl che nella sua nota opera “Uno Psicologo nel Lager” ha messo in luce come nonostante la prigionia e le condizioni traumatiche sia riuscito a pensare non solo a se stesso ma anche agli altri. È stato uomo volto al prossimo anche nei momenti di sofferenza; è riuscito a essere – in quel mondo – portatore di speranza e di serenità tanto da riuscire a fare terapia agli altri prigionieri nelle ore serali. Ha incarnato un atteggiamento di forza e di volontà volto a reagire alla sofferenza e a elaborare il trauma per trasmettere agli altri la forza per affrontare e reagire alle situazioni. Tale suo atteggiamento gli ha permesso di non farsi sopraffare dal dolore dell’esperienza vissuta.
Il modello espresso da Frankl, sarà linea guida nell’ultima parte di questo lavoro che avrà come oggetto alcune riflessioni sulla psicologia individuale e i sui metodi che possono essere messi in atto per affrontare il trauma e la situazione traumatica. Obiettivo di un terapeuta a indirizzo individual psicologico, consta nell’essere portatore di gioia e speranza al paziente che a lui si rivolge.

Freud e la psicoanalisi verso la psicologia individuale.

In ambito psicologico e psichiatrico, come è stato già detto, il termine trauma ha una lunga storia che deriva da un attento processo di osservazione e di studio degli eventi esterni sull’attività psichica di un individuo. In psicoanalisi, la storia del trauma s’intreccia con la storia della costruzione della teoria psicoanalitica.
“La psicoanalisi si pone il problema di costruire una teoria che, a partire dall’analisi dell’attività psichica, renda conto della realtà percepibile dell’individuo vivente senza cadere nel riduzionismo biologico (ogni individuo è la conseguenza diretta della sua struttura biologica) o in quello sociologico (ogni individuo è la conseguenza diretta delle dinamiche sociali che lo implicano).
L’organizzazione individuale viene concepita, dunque, come relativamente indipendente da questi due livelli di realtà o, se si preferisce, l’individuo viene concepito come un’organizzazione che tende a sfuggire alle pressioni che su di essa esercitano i fenomeni biologici, fisici e sociali” (Psiche, Einaudi, Torino, 2007, p. 1116).
Tale definizione apre lo spazio a considerazioni in merito all’influenza che gli eventi esterni possono incidere sulla vita psichica. Il trauma si manifesta non solo in seguito al presentarsi di un singolo fattore, definito come traumatico, ma piuttosto in seguito alla sommatoria di più esperienze che, vissute insieme, possono essere considerate come traumatiche.
Quando uno stimolo supera una certa soglia d’intensità, può provocare nell’individuo che l’ha subito un trauma. “La possibilità del trauma, dunque, sottolinea i limiti dell’individuo. In quest’ottica, la questione della soglia diventa determinante, perché essa costituisce la componente individuale, avendo ogni individuo, in un dato momento, un livello di soglia differente rispetto a qualsiasi altro momento e a qualsiasi altro individuo” (Psiche, Einaudi, Torino, 2007, p. 1117).
Sono state riportate alcune riflessioni relative alla lunga storia del trauma e a come tale costrutto sia entrato a far parte del patrimonio della psicoanalisi. Non si può non citare, brevemente, l’evoluzione del pensiero del Padre della Psicoanalisi – Sigmund Freud – in merito a questo argomento.
Per Freud il trauma si può spesso riscontrare nell’infanzia quando un bambino subisce un evento traumatico che deve essere affrontato con la rimozione e la negazione dell’evento in questione. Tale affermazione ha suscitato non poche critiche e posizioni differenti all’interno della società psicoanalitica. Si ricorda per esempio Ferenczi che sosteneva come il trauma fosse un’esperienza viva e registrata nella carne che necessitava di un lungo e lento processo di elaborazione all’interno della terapia. Non era sufficiente cercare di rimuovere o negare quanto poteva essere accaduto o “ciò che doveva verificarsi e invece non si è verificato” (Borgogno, 1999).
Si vuole, in questo frangente, concentrare l’attenzione su Freud e sull’evoluzione del suo pensiero dal trauma psichico alla situazione traumatica bene rappresentata nella sua opera “L’avvenire di un’illusione, il disagio della civiltà”. Concezione finale che apre le porte e si avvicina al pensiero della psicologia individuale che ha il compito di considerare sì l’individuo ma all’interno della società e in rapporto con gli altri uomini.
Freud agli esordi del suo pensiero aveva posto particolare attenzione sulla teoria delle pulsioni (che devono essere soddisfatte poiché nell’uomo c’è una spinta volta al soddisfacimento degli impulsi primari) e sul rapporto che può instaurarsi tra due persone. Difficile era il riuscire a considerare all’interno di una relazione la possibile presenza di una terza figura.
Nell’arco della sua vita Freud si è impegnato nello studio delle situazioni traumatiche in diversi modi; primo tra tutti è lo studio dell’isteria traumatica e delle ipotesi di Charcot (suo maestro) relative alla possibilità della presenza di un trauma infantile. In seguito venne elaborata la teoria dell’effetto traumatico a distanza (ovvero un’elaborazione in due tempi) di un avvenimento che si è verificato durante l’infanzia per poi tornare alla riflessione non solo sul trauma e la nevrosi traumatica ma sulla struttura individuale e sulla necessità di ipotizzare tendenze ineluttabili quali ad esempio la pulsione di morte.
Attorno al 1885, Freud ebbe modo di studiare e approfondire le cause delle isterie e giungere alla conclusione che il trauma poteva provocare anche sindromi isteriche negli uomini. In particolare è stata posta attenzione all’individuo piuttosto che al singolo evento. Ciò che era degno di nota non era tanto il singolo evento in quanto tale quanto piuttosto la reazione che poteva scatenare in un soggetto.
Oggetto di studio è diventato l’individuo e le sue strategie di reazione a un possibile trauma subito. L’esperienza clinica successiva con pazienti isteriche e l’elaborazione del metodo psicoanalitico – v’è stato il passaggio dall’ipnosi al metodo catartico per poi giungere alle libere associazioni – condussero Freud a ritenere che vi fosse l’esistenza di un trauma sessuale avvenuto nell’infanzia dei pazienti nevrotici a opera di adulti seduttori.
Viene quindi spostata l’attenzione sulla presenza di una figura adulta che può avere abusato di un bambino. Da un punto di vista più qualitativo si è passati a una visione quantitativa in cui la concezione del trauma era in contrasto con il sapere clinico accumulato dalla psicoanalisi.
In merito a questo cambiamento di prospettiva, Balint, è giunto a tre conclusioni fondamentali:

  1. I traumi patogeni più importanti avvengono nella prima infanzia;
  2. Sono caratterizzati dall’esistenza di una relazione stretta e infantile tra il bambino e la persona che ha inferto il trauma;
  3. Gli oggetti traumatogeni sono o oggetti edipici o persone che derivano la loro autorità dagli oggetti edipici, come gli educatori. (Bonomi-Borgogno, 2001, p. 14).

Stava avvenendo un passaggio dalla “one person psychology” alla “two person psychology” in cui il concetto di trauma psichico necessitava di una rilettura all’interno della teoria delle relazioni oggettuali in cui il fattore traumatico andava ricercato all’interno delle relazioni.
Tornando al discorso precedente Balint si sofferma su una visione trifasica del trauma:

  • Nella prima fase un bambino immaturo dipende da un adulto e la loro relazione è caratterizzata prioritariamente dalla fiducia.
  • Inaspettatamente l’adulto fa qualcosa di molto eccitante, pauroso o doloroso. Azione che può verificarsi ripetutamente e che non deve necessariamente coinvolgere la sessualità genitale, ma che può anche limitarsi a eccessi di tenerezza.
  • Dopo questa nuova forma di interazione il bambino si avvicina all’adulto, offrendo di continuare il gioco, ma l’adulto si comporta come se non sapesse nulla, come se nulla fosse accaduto. È solo in questo momento che si insedia il trauma.

Balint ha messo in evidenza come gli studi psicoanalitici precedenti e in particolare i contributi di Freud si fossero soffermati esclusivamente sul secondo punto trascurando gli altri due che hanno aperto la strada a una visione d’insieme più allargata e che comprendesse non solo il singolo individuo ma la relazione che può instaurarsi con le persone che ruotano attorno a lui.
In “Al di là del principio del piacere” Freud giunse a considerare il trauma come conseguenza di uno stimolo che può colpire il soggetto e che determina una breccia negli stati superficiali dell’apparato psichico. Tale ferita è provocata non più da un singolo evento ma da diverse situazioni traumatiche che possono sconvolgere la psiche dell’individuo.
L’oggetto di studio non è più la relazione duale come possibile causa di trauma quanto piuttosto una situazione relazionale in cui l’uomo può essere soggetto a più disparate esperienze, per lui, traumatiche.
Tutti i traumi possono produrre una fissazione del materiale penetrato ma solo alcuni hanno la forza e le dimensioni per portare all’insorgere della nevrosi traumatica.
Si è brevemente assistito come dal trauma psichico, si sia passati a considerare la situazione traumatica che apre la strada a una visione più ampia di relazione uomo-mondo in cui l’oggetto di studio non è più il rapporto uomo-uomo ma la società come possibile ambiente di disagio e fonte di eventi traumatici.
Nell’opera “Il disagio delle civiltà” Freud pone particolare attenzione allo studio delle condizioni di disagio nelle quali versa l’uomo inserito nel suo contesto sociale. È una visione più allargata che deve tenere in considerazione l’intersecarsi di più fattori che possono influenzare negativamente la vita umana.
Se anche la civiltà è da considerarsi come fonte di disagio, quali possono essere le strategie di cura e i percorsi da seguire per ovviare a questo stato di malessere? In che cosa l’uomo può ritrovare una via di fuga e di salvezza? Freud cerca di trovare risposta nella religione come ultimo baluardo e linea guida per l’uomo; punto di forza a cui appigliarsi quando può predominare un senso generale di vulnerabilità sociale al disagio.
“Se il compito della civiltà sta nell’aiutare il singolo nella sua lotta contro le forze naturali soverchianti, non si può non riconoscere, tuttavia, l’esistenza nell’individuo di un’area di vulnerabilità in virtù della quale la domanda di aiuto continua a rivolgersi alla religione, dandone così il carattere di valore più alto della civiltà e di piena conformità con il suo scopo ultimo” (P. Vinci in Freud, Il disagio della civiltà, Newton Compton, Roma, 2010, p. 9).
La spinta a reagire l’individuo la può trovare nel proprio Io che ricopre il valore di contrassegno dell’autonomia rispetto al resto della realtà. È sul senso dell’Io che viene a fondarsi la sicurezza emotiva. Freud, però, ricorda che in origine l’Io era considerato come inclusivo di tutto, in un’intima comunione del sé de dell’altro da sé. Nel momento in cui si allarga la visione e si considera il rapporto tra l’Io e tutto il contesto circostante, “la spinta autorealizzativa dell’individuo si scontra con le richieste di adattamento avanzate dalla società” e lo sviluppo “del singolo è il risultato sempre precario di due tendenze opposte: la prima, egoistica, che cerca la felicità, la seconda altruistica che va nella direzione della relazione e dell’apertura” (P. Vinci in Freud, Il disagio della civiltà, Newton Compton, Roma, 2010, pp. 16-17).
Appare così in Freud un abbozzo della teoria della soggettività, costruita su una contraddizione interna a ogni singolo individuo, fra l’indipendenza e la dipendenza, tra la relazione a sé e la relazione all’altro.
Vengono così a scontrarsi nell’individuo due tendenze: una volta alla felicità personale e l’altra portatrice dei condizionamenti provenienti dall’esterno. Ma se l’uomo è troppo condizionato dagli eventi esterni diventa vulnerabile e può essere sovrastato da uno stato di disagio generale legato alle situazioni e/o esperienze che ha vissuto. Si presenta, quindi, una situazione traumatica e di difficile gestione che può avere effetti devastanti e destabilizzanti sulla psiche. Lo stesso può accadere se l’uomo è portato a pensare esclusivamente al soddisfacimento dei propri bisogni e cerca continuamente la propria felicità. Tale atteggiamento apre la strada a un ritorno alla teoria pulsionale che considerava l’uomo come essere primitivo e guidato esclusivamente dalle pulsioni e dai desideri. Se l’uomo pensa solo a se stesso non tiene in considerazione la presenza dell’altro. Dalla concezione aristotelica dello “zoon politicon”, che considerava l’uomo come essere sociale, concetto poi ripreso da Alfred Adler nella psicologia individuale, si torna all’ “homo homini lupus” più volte sottolineato da Hobbes.
Per ovviare a questo duplice problema, Freud propone un atteggiamento di conciliazione fra il singolo e la civiltà: “l’esigenza che viene delineata è quella dell’integrazione fra l’autonomia e la partecipazione, facendo coincidere l’istanza di differenziazione e di unicità propria del singolo con il processo di rafforzamento della coesione sociale. Quel che viene auspicato è che la consapevolezza della loro inscindibilità possa favorire un seppur precario equilibrio fra l’indipendenza individuale e il legame con gli altri. Nell’avanzare il suo punto di vista Freud non nasconde un atteggiamento problematico nei confronti dell’etica, che se con l’imposizione di norme e valori rischia di non tenere conto della debolezza dell’Io davanti alla potenza dell’Es, proponendo ideali umanitari e limitazioni che per il singolo costituiscono un’irriducibile alterità, può tuttavia incarnare una sorta di esperienza terapeutica, traducendosi in una richiesta di rafforzamento dell’Io nei confronti del Super Io e delle regole imposte dalla società” (P. Vinci in Freud, Il disagio della civiltà, Newton Compton, Roma, 2010, p. 17).
Nonostante il tentativo di assumere un atteggiamento di conciliazione, non è facile per l’uomo raggiungere la felicità. Viene da domandarsi come mai per l’uomo è così difficile essere felice; ma se non si conosce l’origine della sofferenza e le cause, quali strategie possiamo mettere in atto per superare le difficoltà e uscire dal disagio.
Nella civiltà antica e moderna, il disagio lo si poteva riscontrare nello strapotere della natura, nella fragilità del nostro corpo e nell’inadeguatezza delle istituzioni che regolano i rapporti reciproci degli uomini nella famiglia, nello Stato e nella società.
Riguardo ai primi due punti, vi sono poche possibilità di affrontarli e risolverli; è sempre stato così e l’uomo deve, purtroppo, arrendersi all’inevitabile. Per quanto l’essere umano abbia cercato nel corso degli anni, con le scoperte scientifiche, di essere sempre più simile a Dio, non è riuscito a controllare pienamente il potere della natura a volte fantastico ma allo stesso tempo distruttivo. Si citano per esempio i cataclismi naturali che spesso portano all’insorgere di vissuti traumatici; eventi che difficilmente si possono prevedere. La psicologia delle emergenze mette continuamente in atto strategie per aiutare coloro che sono stati vittime di catastrofi naturali.
La fragilità del nostro corpo è un altro aspetto sul quale è difficile trovare soluzioni. L’uomo è continuamente in relazione con le emozioni sia positive che negative e allo stesso tempo è un essere biologico che compie un suo ciclo di vita. Il corpo nasce, cresce e muore ma può anche ammalarsi in quanto fragile ed esposto alla sofferenza e alla malattia. Una grave malattia è spesso fonte di disagio così come la perdita di una persona cara. Entrambi questi eventi collocati in un contesto di vita sono da considerarsi quali situazioni traumatiche.
Il futuro potrà fornire all’uomo gli strumenti per affrontare e curare le malattie ma resta sempre il fatto che il ciclo di vita umano ha un inizio e una fine. Dovremo sempre rapportarci con la morte e bisognerà trovare le strategie più appropriate per affrontare un tale evento.
Il terzo punto analizzato riguardante l’inadeguatezza delle istituzioni nei rapporti sociali può essere affrontato grazie all’esperienza acquisita nel corso degli anni. Perché le istituzioni che sono state create dall’uomo devono assumere un ruolo di disagio? Dovrebbero essere, invece, fonte di protezione e beneficio per tutti.
Il saggio freudiano “Il disagio della civiltà” apre la strada a riflessioni che rispecchiano maggiormente il pensiero di Alfred Adler e della psicologia individuale.
Si cercherà di trovare alcuni elementi di connessione tra il pensiero freudiano, fin qui brevemente esposto, e la psicologia individuale al fine di giungere alle riflessioni finali sulla teoria del trauma.
È stato più volte sottolineato come per Freud, il trauma è spesso causato da un agente specifico esterno (sia un’azione fisica precisa che un insieme di esperienze che vissute insieme possono generare la situazione traumatica) che porta all’insorgere di un determinato disturbo. Adler sottolinea, invece, la soggettività di ogni fattore dando importanza alla creatività del sé. Non attribuisce alcun significato veramente eziologico né alla situazione traumatica né a quella conflittuale in sé.
Adler sostiene con fermezza come sia necessario valutare il funzionamento e lo stile di vita dell’individuo per trovare le risorse atte a fronteggiare le esperienze traumatiche. Questa affermazione può essere considerata quale punto d’incontro con gli studi freudiani evidenziati nell’analisi finale de “Il disagio della civiltà”. Viene fatto riferimento, in particolare, al difficile rapporto che si crea tra l’inadeguatezza delle istituzioni e i rapporti sociali.
È stato già detto come sia alquanto improbabile riuscire a individuare delle strategie risolutive per la potenza della natura e per la fragilità del corpo umano. Il nostro essere vulnerabili al disagio non è da considerarsi esclusivamente come un fattore negativo. Essere vulnerabili significa essere uomini in continua risonanza con l’ambiente. Uomini che sono continuamente in contatto con le emozioni.
Il nostro stile di vita, in rapporto ai compiti vitali, permette di provare a individuare strategie e percorsi di cura appropriati per gestire e affrontare le situazioni traumatiche. Si ricorda quanto era stato detto, nell’introduzione, a proposito di Frankl e delle strategie da lui messe in atto per riuscire a gestire una situazione traumatica come quella di un campo di concentramento. Frankl ha brillantemente incarnato l’ideale dello psicoterapeuta individual-psicologico. È riuscito nella sofferenza, proprio perché vulnerabile, a trasmettere fiducia e speranza al prossimo. Ha assunto un vincente stile di vita volto pienamente al soddisfacimento dei compiti vitali.
La sfera degli affetti, quella lavorativa e quella relazionale se ben gestite possono essere valida strategia per affrontare una situazione di disagio. Qui il collegamento con le istituzioni e le relazioni sociali. Sino a quando l’uomo continuerà a versare nella condizione dell’homo homini lupus dove è difficile considerare l’altro da me in maniera positiva, non sarà possibile riuscire a mettere in campo delle valide strategie di cura a possibili situazioni traumatiche.
Recuperando la visione aristotelica che considerava l’uomo un animale sociale, è possibile individuare strategie adeguate a fronteggiare le situazioni che si possono incontrare nella società in cui l’uomo è inserito e con la quale è in costante rapporto.
L’uomo in quanto essere sociale, per non farsi eccessivamente condizionare e travolgere dalla forza degli eventi, dovrà avere una buona opinione di se stesso e delle sue risorse e potenzialità. Il passaggio dalle teorie freudiane a quelle individual-psicologiche consiste nel riuscire a vedere e considerare le relazioni sociali come positive e costruttive per l’individuo.
L’opinione che l’uomo ha di se stesso e del mondo deriva ed è deducibile dal senso che dà alla propria vita. Ogni comportamento umano scaturisce dall’opinione che abbiamo di noi stessi. Quindi l’opinione dipende dallo stile di vita e la si può correggere solo nel momento in cui i fatti sono chiaramente in contrasto con questa, lasciando però agire la legge della causalità senza cambiare l’opinione che abbiamo della vita.
L’opinione se è sbagliata si scontrerà con il nostro stile di vita producendo uno shock, un trauma. Il soggetto, però, continuerà a ritenere il proprio stile di vita corretto andandosi più volte a scontrare con la realtà traumatica. Atteggiamento erroneo che lascia spazio a riflessioni profonde per chi è in possesso di un buon senso sociale.
Diventa difficile riuscire a comprendere l’essere umano e il suo comportamento in relazione alle esperienze di vita. È come se non volesse imparare dai propri errori continuando imperterrito nei suoi atteggiamenti.
Adler sostiene che l’unica misura per comprendere l’uomo sia “nel modo in cui si muove nei confronti dei problemi ineludibili”. Come detto in precedenza ognuno ha il compito di risolvere tre ordini di problemi: la vita sociale, l’attività lavorativa e l’amore definiti come compiti vitali. Dalla soluzione di questi e da come vengono affrontati dipendono le sorti dell’umanità poiché l’uomo è “pars pro toto”. Non c’è una giusta soluzione, ma per Adler è fuor di discussione il fatto che l’uomo deve mirare al bene comune.
I compiti vitali mettono in risalto il fatto che l’uomo fa parte della società e con questa deve relazionarsi. La non corretta gestione di uno o più di questi compiti non può non portare allo svilupparsi di condizioni di disagio.

Conclusioni.

Si è provato a riflettere brevemente sull’evoluzione del concetto d trauma a partire dagli studi neurologici per poi spostare l’attenzione alla teoria psicoanalitica e alle conseguenze che possono scaturire dalle situazioni traumatiche (esempio sono i campi di concentramento e la civiltà vista come luogo di disagio).
Per concludere è opportuno ricordare come il trauma possa portare all’emergere di stress che va a intaccare, per esempio, lo sviluppo emotivo del bambino (incidenti, attacchi di animali, scenate in famiglia, abusi visti o subiti). I bambini traumatizzati possono presentare alcuni disturbi nelle capacità di base quali ad esempio il sonno, l’alimentazione, le condotte di evacuazione, l’attezione, il controllo degli impulsi, l’umore. Lo stress dovuto a un evento traumatico va ad agire sul funzionamento del sistema nervoso autonomo portando al verificarsi di tremore, sudore, respiro affannato. Spesso dopo i traumi i bambini si ammalano e necessitano di cure poiché anche le semplici azioni di routine diventano impossibili da svolgere. Anche se non viene riportato, osservando i pattern comportamentali, si può ipotizzare che il bambino abbia subito un trauma. La paura che si ripresenti l’evento traumatico può anche essere spostata su altri oggetti. Tali paure possono anche essere accompagnate da incubi. Attraverso il gioco simbolico, il bambino può rimettere in atto il trauma subito più volte.
Il D.P.T.S. può essere preso in considerazione ogni volta che il trauma o una serie di eventi traumatici possono essere associati a capacità emotive, linguistiche, sociali e cognitive che ci si aspetta di riscontrare in un bambino di una certa età. L’analisi deve permettere al bambino di sentirsi nuovamente al sicuro; le relazioni post traumatiche possono essere associate in seguito. Prima vanno affrontate le sequenze che produce il trauma e successivamente l’insicurezza del paziente. Il bambino può sentirsi insicuro perché non protetto. Attraverso il gioco simbolico il bambino può riprodurre il trauma anche se spesso può verificarsi il diniego come difesa del trauma subito. Un altro strumento di difesa del bambino da eventuali traumi è, secondo Winnicott, la formazione del Falso Sé inteso proprio come meccanismo di difesa del bambino per proteggere il Vero Sé da eventuali attacchi dei traumi.
Il concetto di trauma è strettamente collegato a quello di narrazione. La narrazione permette di intrecciare diverse realtà storiche, emotive, interiori, esterne. La narrazione può avvenire attraverso l’uso d’immagini che, tra le loro caratteristiche, hanno la peculiarità di dislocare in modo metaforico e drammatico le esperienze affettive. Il paziente deve poter essere in grado di visualizzare i suoi vissuti. Importante è il ricercare le trame che rendano più vividi i costrutti così da far diventare la comunicazione dei pazienti più pittorica. Il paziente esprime attraverso le immagini narrative lo stato del rapporto col terapeuta. La narrazione non solo esprime gli stati d’animo, ma li modifica e li riplasma secondo il vertice di osservazione dei pazienti in atto. Solo nel transfert il terapeuta ha la lettura di quanto accade o è accaduto. La psicoanalisi parte dalla narrazione dei pazienti.
Obiettivo è prendere in considerazione tutti i possibili aspetti che vengono riportati in un contesto terapeutico. Caduta è la teoria dell’aut aut, importante è soffermarsi sull’et-et. In terapia e in particolare quando vengono affrontati vissuti di natura traumatica, non c’è nulla di ovvio.
Si ricordano gli insegnamenti di Ferenczi in merito la teoria dell’ovvio. Nulla deve essere dato per scontato. Quando si affronta il trauma è molto importante mettersi in una predisposizione di ascolto volto a considerare tutti gli aspetti e i vissuti che possono emergere.
Importante è l’assumere un atteggiamento empatico che permetta di guardare la realtà e le esperienze con gli occhi del paziente allo scopo di non tralasciare nulla; la valutazione del processo terapeutico deve permettere di capire e integrare.
È stato detto come gli psicoanalisti, quando hanno affrontato il trauma nel corso dei loro studi, si siano spesso concentrati sul trauma psichico. La categoria del traumatico viene intesa come una delle principali coordinate concettuali della psicopatologia. Non bisogna però concentrarsi esclusivamente sui traumi infantili poiché il trauma può presentarsi anche in periodi successivi all’infanzia. Bisogna tenere sempre a mente che un evento traumatico ha sempre una causa che va ricercata.
Il trauma è un concetto eziologico. La causa traumatica rimanda a un ordine temporale, a un prima che è generatore e che ci permette di comprendere il materiale presente sull’asse del tempo.
Una volta individuato il trauma bisogna agire sull’ambiente sul quale si è verificato. Per concludere il trauma si può verificare in diversi contesti e con forze differenti. Può esserci il trauma psichico dovuto, per esempio, a una violenza subita così come devono essere considerate le situazioni traumatiche che si possono verificare in diversi ambiti come ad esempio la vita nel sociale.
La presa di coscienza delle proprie forze e delle risorse può essere un valido strumento per provare a individuare possibili percorsi e strategie di cura. L’essere vulnerabili a livello sociale, permette di sentirsi vivi e in continua evoluzione. L’uomo non è da considerarsi come statico ma dinamico e quindi in continua evoluzione.
L’individuo è costantemente in risonanza con il suo mondo emotivo e ha il compito di perseguire il proprio stile di vita. Può sbagliare e trarre insegnamenti dai propri errori. Obiettivo è riuscire a gestire correttamente e in armonia i compiti vitali con lo scopo di vivere in modo attivo e non passivo le esperienze.
Le esperienze vuoi positive vuoi negative devono essere elaborate e interiorizzate se si vuole non essere sopraffatti dal trauma. In ambito terapeutico, detto atteggiamento è di fondamentale importanza al fine di trasmettere fiducia e speranza al prossimo.
Il Professor Grandi, direttore della Scuola Adleriana di Psicoterapia di Torino, insegna ai suoi allievi come un terapeuta vincente deve essere portatore di luce e di speranza al paziente. Non bisogna assumere un atteggiamento da presuntuosi ma rapportarsi al paziente con il ruolo di un “un amico che ne sa di più” ben disposto ad ascoltare le richieste d’aiuto.

Bibliografia.

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Manuale Diagnostico Psicodinamico, Rafaello Cortina Editore, Milano, 2008.

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