“Dipendenza da alcool: la gestione dell’ansia e dell’angoscia in psicoterapia”

“Dipendenza da alcool: la gestione dell’ansia e dell’angoscia in psicoterapia”

Questo lavoro nasce a seguito di un’esperienza complessa, che si articola tra i seminari teorici e le supervisioni in Istituto, la pratica presso la sede di tirocinio, e la mia analisi personale, sia individuale sia di gruppo.

In particolare, l’interesse per il tema della gestione degli stati d’ansia e di angoscia in terapia nasce dalla mia esperienza di tirocinio, sostenuta presso un Servizio per le Tossicodipendenze. Durante questi anni, ho avuto infatti la possibilità di lavorare con una tipologia di utenza particolarmente complessa, soprattutto per la natura della sofferenza: la dipendenza comporta delle dinamiche che coinvolgono ogni aspetto della vita della persona, seppure in maniera differente, insidiando così il superamento dei tre compiti vitali – vita sociale, lavoro e amore -, intesi come missione che ciascun individuo deve affrontare durante la propria esistenza, nella forma di richieste provenienti dall'ambiente sociale.

Ho avuto altresì l’opportunità di lavorare soprattutto con pazienti alcool dipendenti –per motivi organizzativi del Servizio in questione- con i quali si è presentata spesso la necessità di intervenire su esperienze traumatiche riguardanti il passato, che si riattivavano nella dinamica del transfert, attraverso continui capovolgimenti di ruolo, tra quello di carnefice-persecutore, e quello di vittima, laddove il lavoro di équipe mi ha permesso di mantenere un costante monitoraggio sul proseguimento dei trattamenti, parallelamente alle supervisioni presso l’Istituto.

Questo modello di lavoro è necessario, soprattutto nel lavoro con pazienti che, seppure con modalità differenti, hanno la tendenza a manipolare l’altro –per raggiungere i propri obiettivi- ed il loro funzionamento psichico li induce –con vissuti e forme differenti- a proiettare spesso parti scisse di sé, su ciascun operatore. Il confronto permette, quindi, di lavorare sull’integrazione di queste parti, e proporre al paziente un progetto terapeutico in cui le parti scisse possano essere riconosciute e possano comunicare tra loro.

Pertanto, si è voluto evidenziare il complesso meccanismo per il quale spesso, alcune situazioni relazionali attuali rievocano il passato, elicitando così vissuti di ansia e di angoscia, a volte di difficile gestione da parte dei pazienti: tali affetti andrebbero così ad indurre la persona –sotto l’egido controllo del sentimento di inferiorità- ad allontanarsi dall’espletamento dei compiti vitali, orientando il proprio interesse esclusivamente verso sé stesso, con l’obiettivo di “liberarsi” da ogni qualsiasi obbligo nei confronti dell’ambiente sociale di appartenenza.

Secondo quest’ottica, quindi, il sentimento di inferiorità, che si manifesta attraverso l'emergenza del vissuto di insicurezza, – reale o fittizia – impedisce alla persona di rapportarsi in modo gratificante con gli altri individui, e di affrontare i compiti vitali senza eccessivo timore ed esitazione, laddove l’élan vital, la forza di volontà risponde a questa forma di disadattamento attraverso la creazione di finzioni e di compensazioni – che si traducono in meccanismi che la persona utilizza per superare la propria condizione innata di inferiorità -, le quali si concretizzano nel sintomo, ovvero l’ansia e l’angoscia.

In accordo a quanto sopra, ho individuato la presenza –nel lavoro con una paziente in particolare- rispettivamente, di una rappresentazione di sé sadica, il cui obiettivo era quello di indurre angoscia, panico e distruzione nell’altro, e di una connessa ad un soggetto debole, paralizzato dalla paura, ed odiato. Di conseguenza, ho assistito dapprima all’identificazione temporanea della persona con la vittima, mentre io ero oggetto alle proiezioni della rappresentazione di carnefice e, successivamente, all’inversione di ruoli.

A tal proposito, può essere utile riportare una breve descrizione della paziente in questione.

  1. è una donna di 68 anni, di origine romana, la quale si presenta presso il Servizio nel Dicembre del 2014, per un problema di alcool dipendenza. Durante la fase di psicodiagnosi, emerge un funzionamento psicologico problematico ed un sofferenza emotiva invalidante. Nello specifico, M. conserva l’esame di realtà, ma lo stile difensivo rigido e la tendenza alla confabulazione inficiano le sue capacità cognitive, soprattutto per quanto riguarda le capacità di analisi critica.

La paziente manifesta, infatti, una difficoltà nella gestione delle emozioni: lo stimolo affettivo proveniente sia dall’ambiente esterno sia da quello interno –se vissuti eccessivamente forti- possono generare angoscia, e pensieri persecutori, che spesso M. esprime in forme di acting out (abuso di alcool). In particolare, sono emersi vissuti di angoscia di disintegrazione, di frammentazione e di perdita, unitamente all’incapacità di integrazione degli affetti e, in generale, del mondo pulsionale.

Il materiale testistico ed i colloqui psicologici hanno inoltre evidenziato la tendenza della paziente ad esprimere le proprie dissonanze emotive attraverso il corpo, in relazione quindi alla presenza di elementi di “conversione isterica”, unitamente all’emergenza di meccanismi difensivi di natura arcaica, come la negazione e la scissione.

  1. manifesta quindi immaturità affettiva e relazionale, in quanto sembra che un conflitto a livello profondo e forze pulsionali interne non integrate, diminuiscano la sua capacità di tollerare la frustrazione e di esperire contatto empatico nei confronti dell’altro. In particolare, l’Io debole ed insicuro minano i processi di identificazione e favoriscono un’inibizione dell’autenticità. In aggiunta, la paziente appare sensibile alle azioni ed ai giudizi altrui, unitamente alla tendenza a considerare l’ambiente come ostile e pericoloso, parallelamente alla presenza di un forte sentimento di inferiorità.

Il quadro è altresì supportato dalle informazioni raccolte in fase di anamnesi, nell’ambito della famiglia di origine, in cui il clima era caratterizzato da violenza fisica, psicologica e da rancore. M. racconta infatti di episodi di abusi sessuali subiti dall’età di 11 anni, fino ai 14 anni, da parte del fratello della nonna materna. Descrive infine una madre deprivante –dal punto di vista emotivo- ed un padre violento.

Nel tentativo di gestire l’angoscia della paziente, ho individuato nelle teorizzazioni di Kenberg (2006) uno spunto di riflessione, soprattutto per quanto riguarda la definizione del macro-obiettivo del progetto terapeutico, ovvero l’integrazione delle parti dissociate e la sostituzione dei meccanismi di difesa arcaici, quali la scissione e l’identificazione proiettiva, con operazioni più mature.

In accordo a quanto sopra, l’analisi del transfert rappresenta uno strumento fondamentale, in quanto è il riverbero della relazione oggettuale primitiva dell’individuo, proiettata sul terapeuta. In aggiunta, all’interno di questa relazione si ha la possibilità di individuare la rappresentazione del Sé e dell’altro, correlata a quest’ultima, focalizzandosi sui meccanismi attraverso i quali una specifica rappresentazione di sé –collegata ad una altrettanto specifica rappresentazione dell’oggetto- si attiva nel transfert, tramite differenti assunzioni di ruolo, in cui il paziente manifesta la rappresentazione del Sé e quella dell’oggetto corrispondente, in modo alterno, e proietta sul terapeuta quella dell’altro oggetto, in riferimento alla relazione oggettuale interiorizzata.

L’interpretazione è così definita da Kenberg (1996) lo strumento cardine, attraverso il quale favorire il processo di integrazione delle relazioni oggettuali interiorizzate con quelle persecutorie che sono state scisse: l’individuo acquisisce la capacità di accettare la propria identificazione con gli aspetti contraddittori del Sé e dell’oggetto, e di tollerare la concezione per la quale possono albergare in lui sia sentimenti di amore, sia di odio nei confronti dello stesso oggetto, riducendo in tal modo l’operazione difensiva della scissione.

In particolare, l’analisi del transfert (Kenberg, 2006) consiste nell’interpretazione delle relazioni oggettuali arcaiche –interiorizzate-, ovvero nell’individuazione degli elementi patologici, che possono essere fonte di sofferenza per la persona, e che sono attuate inconsciamente nella relazione terapeutica attuale, luogo in cui proporre dei collegamenti tra gli elementi transferali individuabili nel corso delle sedute, con gli aspetti patologici del suo atteggiamento, di cui fa esperienza al di fuori del setting terapeutico.

Pertanto, tale tecnica favorisce un incremento della tolleranza, da parte del paziente, della propria ambivalenza, ed una conseguente maturazione delle esperienze affettivo-relazionali, che si esprime nell’integrazione di un’identità “sufficientemente normale” dell’Io.

Lo stesso Adler (Bianconi A., 2010) attribuisce molta importanza all’analisi del transfert, definito la riproduzione di modelli relazionali che sono stati introiettati sin dai primi mesi di vita e, per tale motivo, permette di comprendere le modalità attraverso le quali le relazioni significative sono state interiorizzate, diventando così delle rappresentazioni, dei “manuali” che indirizzano l’individuo nella gestione delle relazioni future. In aggiunta, tale definizione si accosta al concetto di finzione, ovvero strutture comportamentali inconsce – che l’uomo ha su sé stesso e sulla realtà – che hanno l’obiettivo di compensare il sentimento di inferiorità della persona, attraverso un processo di ridefinizione e di ri-assegnazione di significati, in relazione alle prime esperienze relazionali.

Di conseguenza, la patologia emerge a seguito di una riduzione della flessibilità, che induce la persona ad una staticità tale da rendere impossibile ogni forma di cambiamento e di ri-organizzazione del proprio stile di vita, in relazione alle esperienze, nell’ottica di adattarsi al contesto di appartenenza, laddove ciascun individuo crea una modalità unica ed originale, attraverso la quale percepisce ed interpreta la realtà, ed attraverso la quale elabora delle reazioni agli eventi, sia del mondo interno sia di quello esterno.

In accordo a quanto sopra, è necessario soffermarsi sul concetto di controtransfert – la reazione affettiva del terapeuta nei confronti del paziente -, in quanto favorisce l’elaborazione di una diagnosi più accurata delle relazioni oggettuali interiorizzate della persona (Kenberg, 2006). L’analisi del controtransfert prevede, infatti, l’individuazione dei conflitti inconsci ri-attivati – oppure irrisolti – dalla relazione con il paziente, dall’osservazione della sua realtà oggettiva ed il suo ruolo nei confronti degli altri e, infine, dal contributo apportato dal paziente stesso, ovvero dalla sua storia di vita e dalla natura del transfert manifestato.

Nel lavoro con M., ho dovuto lavorare, sin dall’inizio, sul meccanismo dell’identificazione proiettiva, meccanismo difensivo attraverso il quale il paziente proietta le rappresentazioni di Sé e quelle oggettuali negative –connesse ad un affetto aggressivo- sul terapeuta e, il soggetto, tenta così di indurre nel professionista, una risposta comportamentale che si adegui al ruolo da lui designato. Durante i primi mesi, ad esempio, la difficoltà principale era rappresentata dal “falso Sé” di M.: i suoi tratti istrionici mi impedivano di percepire la sua sofferenza, in correlazione al racconto di alcuni episodi, ostacolando così lo sviluppo di una buona alleanza terapeutica e favorendo, al contrario, l’emergenza di sentimenti di fastidio, di noia e di rabbia.

Successivamente, dopo circa 5 mesi con appuntamenti settimanali, attraverso le continue supervisioni in Istituto e, in aggiunta, un lavoro di rinforzo dell’Io con la paziente basato principalmente su operazioni di incoraggiamento, di riformulazione e di chiarificazione, la paziente ha iniziato a mostrarsi più autentica e, in tal modo, sono riuscita a sentire la sua sofferenza e, di conseguenza, a percepire ed a dimostrare maggiore empatia. Nello specifico, ho tentato - con il supporto della mia analista- di comprendere la natura del mio controtransfert, ed ho così conseguito come la modalità apparentemente neutra attraverso la quale M. manifestava la sua angoscia, provocava un’intensa reazione controtransferale –soprattutto in relazione alla comunicazione non verbale- caratterizzata da un vissuto di impotenza, di senso di colpa, a causa della perdita di interesse nei suoi confronti. Questa dinamica ha generato in me una sensazione di confusione, che ho poi identificato come difficoltà nel tollerare la dissociazione tra il carico di aggressività che percepivo del suo linguaggio non verbale, ed il suo essere statica emotivamente, quasi “grottescamente fragile”, con una profonda incongruenza rispetto ai contenuti espressi attraverso la comunicazione verbale.

Il confronto sostenuto nel gruppo di lavoro di psicoterapia adulti mi ha altresì permesso di comprendere come fosse di vitale importanza mostrarmi capace –dinnanzi alla paziente – di tollerare la sua angoscia, di non averne timore, per evitare il rischio di aumentare la paura stessa di M., in quanto ho notato come, inizialmente, la mia incapacità di gestire il suo vissuto di angoscia abbia causato, in alcuni momenti, un aumento del suo carico di aggressività –nella comunicazione non verbale- da me compresa come una sua difesa contro il terrore della sua stessa rabbia.

In particolare, le ho chiesto di approfondire il racconto di alcuni episodi, con l’obiettivo di intervenire su quegli aspetti dissociati, in quanto la loro rappresentazione così frammentata si rifletteva su quella che la paziente aveva di sé stessa, poiché alla descrizione di un aspetto –relativamente buono o cattivo- corrispondeva un suo particolare atteggiamento, definito dal senso di colpa, dal vuoto, dall’angoscia e dalla rabbia. La figura del padre, ad esempio, era spesso oggetto di questo processo, laddove la paziente lo descriveva, in momenti diversi, come un “brav’uomo” e come “aggressivo, violento”. Nello specifico, l’immagine che M. ha di sé era carica di un vissuto svalutante e di sensi di colpa, in associazione alla seconda descrizione che offriva del padre: “no, sono una brutta persona, lo so, nel dire queste cose… mi sento in colpa”. In aggiunta, il vissuto del senso di colpa è sempre stato da me avvertito come non autentico, alla stregua di una “finzione”, ovvero un insieme di rappresentazioni insconsce che orientano gli individui nella lettura della realtà e delle esperienze, la quale, probabilmente, ha l’obiettivo di gestire e di ridurre la rabbia e, di conseguenza, sostituire questa immagine negativa, con quella positiva. In tal modo, la finzione le permette di non percepire il sentimento di inferiorità, troppo forte da tollerare, perché carico di angoscia, soprattutto in relazione alla sua esperienza di vita di abusi e di maltrattamenti.

In accordo a quanto sopra, ho cercato di lavorare sul meccanismo della dissociazione, riportando alla sua attenzione le discrepanze e le incongruenze che, di volta in volta, riportava durante i colloqui.

Pertanto, il progetto terapeutico elaborato con M. è stato costantemente ridefinito, soprattutto per quanto riguarda i micro-obiettivi, laddove un intervento continuo di sostegno le ha permesso di individuare delle strategie alternative per affrontare i compiti vitali e le situazioni relazionali che in principio hanno rappresentato fonte di malessere, parallelamente al mantenimento dell’astinenza, in quanto l’obiettivo di modificare la sua organizzazione di personalità ed i corrispettivi meccanismi di difesa, avrebbe rischiato di creare maggiore disarmonia, a causa del suo Io estremamente fragile, non in grado di contenere e di gestire in modo adeguato l’angoscia che un lavoro introspettivo avrebbe evocato.

Inizialmente, ad esempio, avevo la tendenza a razionalizzare, ovvero proponevo alla paziente delle spiegazioni a livello razionale, con l’obiettivo di tranquillizzarla. In colloquio di analisi personale, ho successivamente compreso la natura difensiva del mio atteggiamento, emerso probabilmente a causa delle incursioni dell’angoscia di M., vissuta da me come eccessivamente intrusiva. Si crea così la necessità di individuare delle modalità differenti per relazionarmi con lei, ovvero delle strategie che mi permettessero di gestire la sua angoscia e, di risposta, la mia, con l’obiettivo di non farmi sopraffare, ma favorire un avvicinamento sempre più autentico.

La mia attenzione si è quindi orientata su di un accompagnamento continuo di quello che è l’esame di realtà, ovvero nel compito di analizzare quest’ultima in modo critico, soprattutto per quanto riguarda quelle situazioni che, per determinate caratteristiche, evocano in lei vissuti emotivi distonici, probabilmente connessi a situazioni relazionali del suo passato.

Una fase importante è stata altresì quella di aiutare la paziente nel processo di riconoscimento di quei fattori che sono causa di malessere, e di sofferenza: abbiamo cercato di osservare, insieme, le dinamiche che manifesta nel contesto relazionale, laddove il mondo è rappresentato da M. come saturo di pericoli, in cui l’altro tradisce, sfrutta ed abbandona, ed in cui l’unico modo che la paziente sembra conoscere per avvicinarcisi, è quello di “farsi sfruttare”, unitamente a vissuti di profonda angoscia che questo provoca in lei.

La paziente ha così iniziato a ricercare attività che potessero favorire l’incontro con altre persone, realmente interessate a conoscerla. Ha accettato, ad esempio, di partecipare ad un gruppo di sostegno, gestito da una comunità, che propone oltre a momenti di riflessione, attività quali gite, laboratori. In tal modo, M. ha fatto esperienza di relazioni in cui potersi mettere in gioco, e poter mettere le proprie abilità al servizio dell’altro, come “dono”, senza percepire il timore del giudizio, ed il terrore dell’abbandono.

A tal punto, -dopo circa due anni di presa in carico presso il Servizio- essendoci una buona alleanza terapeutica, ho deciso di utilizzare le immagini da lei proposte, alla stregua di metafore, in relazione alla sua capacità di utilizzare questi strumenti. L’occasione si presenta a seguito di una mostra delle opere di Van Gogh, cui M. partecipa.

A partire dalle caratteristiche principali dell’opera, la paziente manifesta un profondo coinvolgimento emotivo: “è come se, nonostante io sia cattiva, possa avere dentro di me qualcosa di buono”. In aggiunta, l’immagine riattiva i tratti scissionali che caratterizzano il suo funzionamento, offrendoci così l’opportunità di lavorarci. Propongo, ad esempio, un mio parere sul quadro, in relazione quindi a ciò che secondo me può rappresentare e, allo stesso modo, rimando alla paziente il mio sentire la descrizione che lei offre dell’opera, con il vissuto che percepisce su sé stessa, soprattutto nel suo viversi come persona senza valore e nella sua difficoltà di accettare, di integrare gli aspetti positivi, nell’interezza della sua personalità.

Attraverso queste affermazioni, il cui obiettivo era quello di proporre un modo altro di leggere la realtà esterna e, di conseguenza, quella interna e plasmare le finzioni, ho avuto la possibilità di avvicinarmi alla tematica dell’integrazione del Sé e di lavorare sul rinforzo dell’Io, mediante l’uso delle immagini, avendo M. una passione particolare per l’arte rappresentativa. Pertanto, l’uso delle immagini ha facilitato, con questa paziente, il processo di elaborazione del materiale che mi portava in seduta, ed il collegamento quindi con elementi da lei mantenuti separati.

Pertanto, ho individuato nell’utilizzo delle rappresentazioni, uno strumento fondamentale –nel lavoro con M.- per la gestione della sua angoscia, soprattutto in relazione alle tematiche dell’abuso e dei suoi movimenti scissionali, in quanto mi ha permesso di manifestare empatia ed ha favorito il contatto con le sue parti inconsce, nel rispetto della sua unicità, di catturarne l’attenzione, utilizzando il suo linguaggio, accompagnandola nel processo di assegnazione di significati particolari, laddove questa esperienza immaginativa ha rappresentato un’occasione per riflettere su di sé, acquisire nuove conoscenze e spostarle, successivamente, nell’esperienza vissuta, alla stregua di nuovi scenari possibili, di nuove strategie.

A tal punto, è necessario sottolineare l'importanza di non cedere in generalizzazioni e semplificazioni, in quanto questi vissuti si differenziano per ciascun individuo e risulta altresì fondamentale definirne il significato, collocando tali elementi nel funzionamento psichico della persona, in un'ottica funzionale del sintomo. La fase di psicodiagnosi permette quindi di delineare l'approccio che si avvicina maggiormente ai bisogni del paziente, laddove è fondamentale individuare modalità differenti e creative per la gestione dell'ansia e dell'angoscia, in relazione al funzionamento della persona che ci chiede aiuto.

La domanda alla quale bisognerebbe rispondere, infatti, è: “come vive quel paziente in particolare l'essere angosciato?”, in quanto – nella mia esperienza di tirocinio – ho tentato di utilizzare un'integrazione tra diverse concettualizzazioni, in relazione alla cornice teorica offerta dalla Psicologia Invidivuale Comparata.

La ricerca dell'origine dell'angoscia può rappresentare, ad esempio, una strada percorribile principalmente con pazienti dotati di sufficienti capacità di insight, soprattutto in relazione alla possibilità di elaborare dei collegamenti tra il presente e le esperienze del passato. In sede di supervisione individuale, ho altresì riflettuto sull'importanza di prestare attenzione alla domanda del paziente: ho infatti incontrato degli utenti i quali sentivano la necessità di comprendere l'origine della loro sofferenza, quasi come se ciò avrebbe cancellato all'improvviso la loro dipendenza dalle sostanze. In queste situazioni, ho però incontrato delle difficoltà, principalmente in relazione alle loro carenti capacità di mentalizzazione.

Nonostante ciò, con un paziente – il quale mostrava buone capacità di elaborazione – proporre dei collegamenti con le esperienze del passato, ha facilitato la gestione dell'angoscia, in quanto gli ha permesso di attribuire un significato al malessere che gli impediva di affrontare i compiti vitali, trovando così il coraggio e rafforzando le risorse di cui disponeva ma che non riusciva più ad utilizzare. Questo meccanismo ha, così, aiutato il paziente a riconquistare un maggiore controllo degli affetti, inducendolo anche ad esercitarsi nell'elaborare collegamenti e nel cercare nuove strategie per affrontare le difficoltà relazionali, causa principale della sua sofferenza e, di conseguenza, della sua dipendenza dall'alcool.

Il tentativo di gestire l'angoscia di questi pazienti ha rappresentato una delle principali difficoltà, in quanto in casi che dovevo seguire erano quasi sempre caratterizzati da una sofferenza profonda, il cui elemento principale era un vissuto di angoscia, ed un sentimento di inferiorità e di inadeguatezza che si manifestava principalmente nella dipendenza da sostanze stupefacenti.

Nella maggior parte dei casi, quindi, ho lavorato utilizzando lo strumento della narrazione, in quanto favoriva i processi di elaborazione, soprattutto nell'ottica di rendere la persona consapevole della propria ambivalenza, aiutarlo a tollerarla, per una conseguente maturazione delle esperienze affettive e relazionali, unitamente la tentativo di sostenere il paziente nella lettura della realtà, sostituendomi a volte alle sue capacità carenti di analisi e di critica di quest'ultima, ponendomi perciò da esempio, con il fine ultimo di proporre uno stile di vita alternativo, ovvero accompagnandolo nella ri-definizione dell'immagine che aveva di sé, degli altri e, in generale, della realtà esterna.

In accordo a quanto sopra, se consideriamo l'ansia e l'angoscia il riverbero di un passato probabilmente conflittuale o traumatico, evocato quindi da situazioni relazionali attuali, la loro funzione può essere individuata nell'aiutare l'individuo a non percepire il sentimento di inferiorità e, nel caso delle tossicodipendenze, non affrontare i compiti vitali, laddove la sostanza assume il ruolo di “soluzione” a questi ultimi. L'alcool, ad esempio, si sostituisce alle relazioni in quanto spesso le intacca ed allontana la persona dagli altri, isolandola, nella forma di una compensazione, ovvero una finzione che ha lo scopo di “alleggerire” il sentimento di inferiorità dell'individuo, attraverso un processo di lettura distorta della relatà, laddove l'elemento di patologia si inscrive nel tratto di rigidità, che non permette alla persona di cambiare il proprio stile di vita, in relazione alle esperienze, inducendo quindi l'individuo a percorrere la stessa modalità di interpretazione degli eventi.

Pertanto, ho tentato di comprendere e di visualizzare lo stile di vita dei pazienti, soprattutto per quanto riguarda le finzioni, in quanto ero consapevole che il loro svelamento avrebbe permesso alla persona -dove possibile- di individuare modalità altre di affrontare i compiti vitali.

In aggiunta, è stato fondamentale individuare e rafforzare le risorse dei pazienti, in quanto ciò ha permesso loro di percepirsi “capaci”, andando così a ridurre il sentimento di inferiorità, a favore dello sviluppo della facoltà di cooperazione, unitamente all'infusione di coraggio e di una spinta vitale, attraverso una relazione che rappresentasse per loro un'esperienza emotiva correttiva.

E' altresì necessario, infine, considerare anche la dimensione medico-sociale, soprattutto con questa tipologia di pazienti – lontani ovviamente da futili generalizzazioni – in quanto il comportamento tossicomanico è influenzato in larga misura dall'incontro e dall'”armonia” che si crea tra il bisogno della persona e le caratteristiche chimiche della sostanza, che modificano il funzionamento neuronale dell'individuo.

In conclusione, si è tentato di proporre un confronto ed ulteriori riflessioni in merito al difficile compito di supportare i pazienti tossicodipendenti nella gestione dell'ansia e dell'angoscia, soprattutto nel ricordare che non esiste una tecnica precisa ma che – in relazione al contesto nel quale si lavora – bisognerebbe elaborare progetti di intervento ad hoc, che si adeguino quindi all'unicità della persona, ovvero un individuo singolo ed irripetibile, proponendoci altresì come esempio di coraggio e di élan vital nei confronti di coloro che soffrono e che, in modo differente – apertamente o in modo celato – ci chiede aiuto.

Dott.ssa Ciaccio Simona, Psicoterapeuta Individual Psicologica.