Riflessioni cliniche: la sessualità nei soggetti portatori di handicap.

Riflessioni cliniche: la sessualità nei soggetti portatori di handicap.

Nel 1800 iniziano a essere scritti i primi trattati sulla sessualità, ma per avere il primo studio mondiale sul comportamento sessuale dovremo aspettare il 1948 , per merito di Kinsey.

22 anni dopo Masters e Johnson pubblicano il primo trattato sulla fisiologia e il trattamento dell'atto e delle disfunzioni sessuali. 4 anni dopo, ovvero nel 1974, grazie alla psichiatra e psicoanalista Helen Singer Kaplan si sancisce la nascita della sessuologia moderna.

Possiamo distinguere atti sessuali e comportamenti sessuali e allo stesso tempo il sesso può assumere diverse finalità, ovvero riproduttiva, ricreativa e relazionale.

Senza soffermarsi, al momento, sui disturbi sessuali, si opta per un tema tanto interessante quanto delicato come la sessualità nell'handicap. Possiamo pensare che l'handicap possa essere suddiviso in due grandi macrocategorie, ovvero gli handicap riconducibili a deficit o situazioni che non hanno comportato disabilità intellettiva, e quelli che hanno comportato disabilità intellettiva.

Quando pensiamo alla sessualità, pensiamo alla genitalità, e quindi al piacere sessuale, e insieme a esso, all'esercizio della sessualità nella forma della masturbazione e del rapporto sessuale. Paradossalmente, però, per quanto il sesso sia visto dall'essere umano come un bisogno naturale, richiede di essere fatto in forme culturalmente accettate e definite. Per essere culturalmente accettato, la sessualità richiede il rispetto di alcune regole di comportamento, ovvero una “giusta età”, la coscienza di Sé, la volontarietà, la reciprocità , il rispetto delle regole di decenza e la responsabilità per le conseguenze. Queste regole possono dipendere dalle varie culture e anche dal periodo storico. Un esempio su tutti può essere il pensiero che nell'antica Grecia era culturalmente accettato e, per di più, un onore per il “puer” ricevere le attenzione del maestro, comportamento ad oggi ritenuto completamente “deviante”.

Ritornando all'handicap, laddove non sia presente disabilità intellettiva, la persona è in grado di seguire le regole di comportamento sopracitate, la sessualità diventa quindi una libera scelta di un soggetto adulto in grado di intendere e di volere, nonostante, purtroppo, possa scatenare in altri pregiudizio e ipocrisia.

Nel momento in cui ci troviamo di fronte a una disabilità intellettiva, l'handicap non lo mette in grado di assumere le regole enunciate, per cui viene meno l'accettazione culturale della sua sessualità. Nonostante questo, non viene meno per il soggetto in questione il diritto all'espressione della sessualità, per la quale diventa fondamentale un intervento educativo.

 

 

Nel 1974 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stabilito che:

"La salute sessuale risulta dall'integrazione degli aspetti somatici affettivi, intellettivi e sociali dell'essere sessuato che consentono la valorizzazione della personalità, della comunicazione e dell'amore. La salute si compone di tre elementi principali: - essere capace di gioire, avendone la piena padronanza, di un comportamento sessuale e riproduttivo in armonia con un'etica sociale e personale; - essere esenti da sentimenti di odio, di vergogna, di colpevolezza, di false credenze e altri fattori psicologici che inibiscono la risposta sessuale e turbano la relazione sessuale; - essere esenti da turbe, malattie e deficienze organiche che interferiscono con le funzioni sessuali e riproduttive."

Questa definizione, pur contenendo aspetti altamente innovativi come la considerazione dell'espressione dei sentimenti e della comunicazione, espressioni altrettanto importanti per la salute sessuale quanto l'assenza di disfunzioni organiche e turbe psicologiche, contiene ancora concetti molto tradizionali spesso non in linea con una visione laica e moderna della sessualità.

In questa definizione infatti si associa l'espressione della sessualità all'amore, escludendo le attività ludico-sessuali e considerando la procreazione come parametro della salute, fatto sorprendente in quanto, appena un anno prima, l'Associazione degli Psichiatri degli Stati Uniti cancellava l'omosessualità dalle disfunzioni sessuali (nel 1993 questa posizione è stata fatta propria anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità). Questa definizione lasciava dei dubbi sul fatto che un comportamento sessuale e riproduttivo debba essere in armonia con un'etica sociale per essere giudicato “sano e se sia opportuno coinvolgere i sentimenti d'amore nel concetto di salute sessuale.

Questa definizione infatti, ha lasciato spazio a quella nuova: “La salute sessuale è l’integrazione degli aspetti somatici, affettivi, intellettuali e sociali dell’essere sessuato, allo scopo di pervenire ad un arricchimento della personalità umana e della comunicazione dell’essere”. Quest'ultima rispetto alla precedente richiama maggiormente l'idea di una sessualità serena in cui ognuno si senta libero di esprimersi nel rispetto reciproco.

Parlando dunque di sessualità rispetto al soggetto portatore di handicap diventa fondamentale oltre al concetto di accettazione ed emozione, soprattutto la comunicazione dell'emozione.

Ci si trova così davanti a un corpo che vive in modo amplificato il divario tra ciò che sente e ciò che riesce a decifrare, modificare, esprimere. Diventa quindi in questi casi più vivida la difficoltà di coniugare il gesto con il "sentire", la motricità con le emozioni: una difficoltà d’integrazione che non riguarda solo il piano motorio, ma anche il piano del Sé, dell'identità e della sua percezione

soggettiva. Lo stato emotivo che si può produrre è uno stato più o meno forte di angoscia.

Occuparsi di sessualità comporta essenzialmente due ordini di riflessioni: uno riguarda l’inevitabile

coinvolgimento all’interno della relazione con l’altro, il secondo implica un rimando prima di tutto a se stessi, al di là delle difficoltà che l’altro propone.

Nella sessualità con persone portatori di handicap, a maggior ragione quando questo interessa la sfera intellettiva, si deve pensare di superare le cosiddette logiche “illogiche”. Tra queste possiamo rintracciare la logica della negazione, quella della rimozione e la logica dello scarto.

E' importante, inoltre, smettere di pensare che la persona con handicap intellettivo abbia un corpo di età assimilabile a quella di un bambino. Ma come gli altri adulti è cresciuto e avrà determinati bisogni .

Per questi motivi si può auspicare che anche il soggetto con handicap intellettivo debba ricevere un’educazione alla sessualità, proprio perché la sessualità rappresenta una dimensione fondamentale del suo esserci nella realtà e del suo entrare in relazione con il proprio corpo e il corpo dell’altro. Questo intervento dovrà essere svolto sia con i genitori che con gli educatori. Infatti sarà importante che non solo il soggetto portatore di handicap venga “educato”, ma che anche coloro che fanno parte della sfera della sua vita quotidiana vengano formati sui bisogno del soggetto.

E' opportuno dunque che si aiuti il soggetto a ricostruire attorno ai “frammenti” del contatto fisico di se stesso e dell’altro la sessualità. E che questa non sia solo relativa al piacere genitale ma modalità globale di esprimere se stessi tramite sentimenti e emozioni di amore per l’altro e, anche se non venga consumata in modo genitale, rimanga ugualmente amore vero.

Per questo in Italia, in ritardo rispetto alle politiche sociali di altri Paesi, stanno nascendo associazioni volte all'educazione e all'assistenza sessuale di portatori di handicap. Più che assistenza meramente sessuale sarebbe opportuno, come già detto, parlare di assistenza all'emotività, all'affettività e alla corporeità.

L’assistenza all’emotività, all’affettività, alla corporeità e alla sessualità si caratterizza con la libertà di scelta da parte degli esseri umani di vivere e condividere la propria esperienza erotico-sessuale a prescindere dalle difficoltà riscontrate nell’esperienza di vita.

L’assistente sessuale è un operatore professionale (uomo o donna) con orientamento bisessuale, eterosessuale o omosessuale che deve avere delle caratteristiche psicofisiche e sessuali “sane” (importanza di una selezione accurata degli aspiranti assistenti sessuali).

Attraverso la sua professionalità supporta le persone diversamente abili a sperimentare l’erotismo e la sessualità. Questo operatore, formato da un punto di vista teorico e psicocorporeo sui temi della sessualità, permette di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria e/o psichico/cognitiva a vivere un’esperienza erotica, sensuale e/o sessuale. Gli incontri, infatti, si orientano in un continuum che va dal semplice massaggio o contatto fisico, al corpo a corpo, sperimentando il contatto e l’esperienza sensoriale, dando suggerimenti fondamentali sull’attività autoerotica, fino a stimolare e a fare sperimentare il piacere sessuale dell’esperienza orgasmica.

L’operatore definito del “benessere sessuale” ha dunque una preparazione adeguata e qualificante e non concentrerà esclusivamente l’attenzione sul semplice processo “meccanico” sessualità. Potrà promuovere attentamente anche l’educazione sessuoaffettiva, indirizzando al meglio le “energie” intrappolate all’interno del corpo della persona con disabilità. Uno degli obiettivi potrà essere quello di abbattere lo stereotipo che continua a essere ingombrante e che vede le persone con difficoltà e disabilità assoggettate all’“asessualità”, o comunque non idonee a vivere e sperimentare la sessualità. L’assistente sessuale in base alla propria formazione, sensibilità e disponibilità può contribuire a far ri-scoprire tre dimensioni dell’educazione sessuale, ovvero quella ludica, quella relazionale e quella etica. Quindi aiuta a scoprire il proprio corpo, a scoprire il corpo dell'altro e a scoprire il valore della corporeità. Al tempo stesso, cerca di aiutare il soggetto disabile a rendersi protagonista maggiormente responsabile delle proprie relazioni sia sentimentali che sessuali, favorendo una maggiore conoscenza e consapevolezza di sé ed una più adeguata capacità di prendersi cura del proprio corpo e della propria persona. La mancanza di autostima è uno dei freni per un naturale approccio verso l’altro sesso. L’assistente sessuale può aiutare ad accogliere e non reprimere le diverse istanze del proprio corpo, dei sensi e delle emozioni.

Per concludere, si ritiene lasciare spazio a un racconto che può essere molto comune in questo ambito e che può far riflettere sulla situazione che molti portatori di handicap vivono quotidianamente.

“Alessio e Giulia vivono in un paese di diecimila anime nel Nord Italia. Un paese di montagna, dove tutti conoscono tutti. Giulia ed Alessio hanno circa trent’anni e come molte persone della loro età sono innamorate. Hanno interessi e passioni in comune, condividono gli stessi sogni. Sono innamorati, come tutti i ragazzi della loro età.

Ma Alessio e Giulia non possono amarsi. Così hanno deciso le loro famiglie.

Non possono amarsi perché i due ragazzi sono affetti entrambi da un deficit cognitivo. Le loro famiglie hanno deciso che loro non possono, anzi non devono amare. Le loro famiglie hanno deciso che il loro è un amore sbagliato, contro natura.

Hanno deciso che due ragazzi disabili non possono amare, non possono avere sentimenti… e tutto questo perché sono disabili. Sono angeli. Sono eterni bambini. Non possono provare amore per qualcuno che non sia un familiare, o al massimo un educatore.

Per loro questo amore non era amore. Era un qualcosa di pericoloso.

I loro genitori si sono consultati con alcuni psicologi che si occupano di questo tipo di disabilità. Due di loro gli hanno proposto di permettere ai ragazzi di provare ad amarsi. In un ambiente protetto e sicuro. Questo per comprendere cosa intendessero Alessio e Giulia con il termine amore.

Gli psicologi gli hanno spiegato, che a volte, soprattutto in caso di deficit cognitivo, l’amore non è legato al sesso inteso in senso fisico e ordinario. Spesso il sesso è inteso come coccola o massaggio. Non sempre l’atto sessuale si realizza.

Le loro famiglie hanno deciso di curarli. Curarli con dei farmaci. Curarli con dei farmaci che facciano dimenticare loro i sentimenti. Farmaci che controllano i loro impulsi naturali.

Questi genitori hanno deciso di curare questi ragazzi trattandoli come se fossero affetti da chissà quale grave malattia.

Ma Alessio e Giulia non erano malati, erano innamorati… e forse ora non lo sanno più…altri hanno deciso di fargli dimenticare tutto.

Per proteggerli”.

Viene riportata questa storia non allo scopo di giudicare la scelta di questi genitori, ma per invitare alla riflessione.

La scelta di questi genitori non è un caso isolato, purtroppo accade spesso che in situazioni come queste, si preferisce “eliminare il problema” piuttosto che affrontarlo.

Questo avviene per svariati motivi, tra cui arretratezza culturale, convinzioni religiose, ma soprattutto per l’assenza di figure professionali che possono aiutare le famiglie e i ragazzi ad affrontare serenamente il tema amore e sessualità.

Le famiglie (ed è comprensibile) hanno paura che i loro figli (da loro visti come eterni bambini) possano “farsi del male” amando ed essendo amati. E non sono pronte ad affrontare questo tema. Le famiglie se pensano alla sessualità pensano all’atto sessuale completo, e non accettano che i loro figli possano avere rapporti sessuali.

Le famiglie, però non sanno che a volte, per alcuni tipi di disabilità, la sessualità è intesa come semplici coccole o dolci massaggi.

Le famiglie non lo sanno perché sono sole, non hanno nessuno che li guidi in questo percorso. Si affidano a psicologi o terapeuti che, a seconda del loro parere personale, decidono se una persona disabile può amare ed essere amata, se non è idoneo curano l’amore come una malattia, se è idoneo il disabile e la famiglia sono abbandonati.

Ma a volte i disabili hanno bisogno di un aiuto concreto, dell’aiuto di un professionista che gli insegni come amare ed essere amato, che gli insegni che amare ed essere amati è una cosa giusta e normale. Serve una figura come l’assistente sessuale, che aiuti i ragazzi e che sollevi le famiglie da questa problematica, che è comprensibilmente imbarazzate, sia per la famiglia che per il disabile stesso.

Legalizzare la figura dell’assistenza sessuale è fondamentale per evitare che in futuro si verifichino casi come quello della storia. L’amore non può essere soppresso con i farmaci, i sentimenti non si curano con una pastiglia. I sentimenti vanno affrontati.”

Dott. Pierini Andrea, Psicologo specializzando Scuola Adleriana di Psicoterapia.

Seguici:
RSS
Follow by Email
Facebook
Facebook
Google+
http://www.istitutoadler.it/2017/02/21/riflessioni-cliniche-la-sessualita-nei-soggetti-portatori-di-handicap/
Twitter
LINKEDIN