Lo psicologo come farmaco: l’importanza di conoscersi per aiutare a conoscersi

Lo psicologo come farmaco: l’importanza di conoscersi per aiutare a conoscersi

Cosa fa uno psicologo? Cos’è uno psicologo? Come contribuisce al benessere dei suoi pazienti? Tra le varie risposte che si potrebbero dare ce n’è una di particolare impatto che apre a interessanti riflessioni: lo psicologo è quel professionista che prescrive se stesso. Lo psicologo aiuta l’altro “somministrando” se stesso come un farmaco. In particolare, può farlo grazie alla sua teoria della mente, la quale è stata influenzata e forgiata dalla sua storia di vita. L’idea di essere una sorta di farmaco, può creare in un giovane psicologo un po’ di ansia, perché così non viene più data “solo” importanza alla parola e a come e perché viene detta, ma anche da chi viene pronunciata, anche all’individuo-terapeuta, alla persona che vive dietro al titolo accademico. L’ansia provata nasce, probabilmente, dalla sua insicurezza. Ma tale insicurezza non è da considerarsi una parte della sua storia di vita? Una parte di ciò che lo rende quello che è? Quindi cosa se ne può fare? Come la può trasformare in un “componente” utile e non nocivo, all’interno della sua composizione di “farmaco”, per la mente del suo paziente?

Un metodo fondamentale è sicuramente il percorso individuale in cui è possibile narrare la propria storia di vita e ri-raccontarla insieme al proprio terapeuta in chiave diversa. Come scrive James Hillman, “La capacità della psicoterapia di guarire, dipende dalla sua capacità di continuare a ri-raccontarsi, in rinnovate letture immaginative delle sue storie. […] La psicoterapia avanza solo attraverso la regressione, ritornando sul suo materiale più volte, riscrivendo la sua propria storia.”[1]. Tornando all’esempio del farmaco, è importante, per il futuro psicologo (come persona e come professionista), essere a conoscenza di quella che è la sua “composizione” in termini sia di “principi attivi” sia di “effetti indesiderati/collaterali”, quindi di arrivare a conoscere se stesso, nei propri punti di forza e nelle proprie debolezze.

Conosci te stesso alla maniera di Jung significa divenire familiari con i dèmoni, dischiudersi ad essi e ascoltarli, cioè conoscerli e distinguerli”[2], questo spunto di Hillman aiuta nella lettura dei ragionamenti che Jung fa in Risposta a Giobbe[3] in merito alle motivazioni che hanno spinto Yahwèh a mettere alla prova il fedele e integerrimo Giobbe. Dalla descrizione di Jung emerge l’immagine di un Dio che, non solo, non riconosce il male gratuito che infligge al fedele Giobbe, ma che ribalta la situazione accusandolo di mettere in discussione le scelte di Dio e instilla il dubbio sull’effettiva innocenza e bontà di Giobbe. Jung scrive: “Yahwèh […] non comprende le ragioni che lo spingono a esigere di venire sempre magnificato come “Giusto”. Egli esige dal suo popolo di venire “lodato” e propiziato, con lo scopo evidente di venir mantenuto di buon umore a qualsiasi costo. Il carattere che si delinea così corrisponde a una personalità la quale riesce a procurarsi la sensazione della propria esistenza soltanto in virtù di un oggetto esterno ad essa. […] Egli reagisce con estrema suscettibilità ad ogni minima parola che possa far pensare, anche da lontano, a una critica, mentre non si preoccupa affatto dell’osservanza del suo codice morale, quando i paragrafi di questo si scontrano con le sue azioni.”[4]. Appare così una personalità assimilabile a quella di un odierno paziente narcisista che non accetta i propri limiti e i propri errori e li proietta fuori da sé. A tale proposito si può trovare similitudine con quelle madri di giovani ragazze che, in un certo qual modo come Yahwèh, pretendono dalle figlie obbedienza incondizionata, anche a fronte di scelte, reazioni e motivazioni oggettivamente ingiustificate. Come quando, sorprendendo le figlie a frugare nel proprio armadio, reagiscono in modi eccessivamente violenti, sia verbalmente sia fisicamente, e che giustificano le proprie reazioni con la semplice motivazione “Qui comando io!”. Da tali reazioni risulta subito evidente che queste donne, di solito bellissime, vivono le figlie come una minaccia, come una versione “migliore” di loro stesse e quindi narcisisticamente inaccettabile, tanto da ritenere assolutamente appropriate e giustificate tali reazioni violente nei confronti delle figlie perché “Io sono la madre e tu devi fare come dico io, punto! E se dico che non devi prendere i miei vestiti, non lo devi fare! Non è che devo anche spiegarti il perché!”. Un po’ come Yahwèh che non accettava l’idea che Giobbe gli fosse moralmente superiore, così queste mamme non accettano di avere delle figlie adolescenti, magari un po’ ribelli e, soprattutto, talvolta molto più belle di loro. Un po’ come nella favola di Biancaneve, queste mamme-Regina Grimilde non tollerano l’idea di non essere più loro “la più bella del reame”.

Nel rapporto tra Giobbe e Yahwèh, inoltre, si può ritrovare anche una versione del meccanismo sado-masochistico. Jung scrive: “Yahwèh proietta su Giobbe il volto del dubbio, che Egli non ama, perché è il suo stesso volto che lo osserva con un inquietante sguardo critico. Egli teme questo volto perché, infatti, è soltanto contro qualcosa di angoscioso che si fa tale sfoggio della propria forza, potere, coraggio, invincibilità ecc. […] Egli può proiettare, con la massima indifferenza, la sua “ombra” e rimanere incosciente a spese dell’essere umano.”[5]. Queste parole potrebbero essere utilizzate anche per descrivere alcuni quadri clinici che si possono osservare in alcune famiglie. Ad esempio possono essere usate per descrivere quelle situazioni in cui vi è una separazione conflittuale o un abbandono da parte di uno dei due coniugi, spesso il marito. In questi casi può accadere che tra madre e figlio s’instauri un meccanismo sado-masochistico, di un tipo molto simile a quello riscontrabile tra Yahwèh e Giobbe. Per queste donne, abbandonate e ferite, spesso il bambino arriva a rappresentare, a livello inconscio, il proprio fallimento come madri e come donne. In particolare quando questi figli manifestano il proprio disagio e la propria sofferenza attraverso comportamenti provocatori o devianti, fino ad arrivare talvolta a sviluppare una diagnosi di disturbo della condotta, i livelli di frustrazione si elevano. Inoltre questi ragazzini vengono spesso identificati come la prova vivente e persino la causa dell’abbandono subito da parte del marito o del compagno. La comunicazione, soprattutto a livello emotivo, che queste madri hanno con i figli rispondono spesso a dinamiche di espulsione e riavvicinamento (“un giorno o l’altro ti sbatto in comunità” seguita da “tu sei il mio bambino non ti lascerò mai”), di odio e di amore (“ma cos’ho fatto di male per avere un figlio così cattivo” e “sei la luce dei miei occhi”), producendo una confusione sadica ma al contempo masochistica perché spesso suscitano nei figli reazioni di violenta rabbia e distruzione. In questi casi, di solito, è solo dopo un lento e faticoso lavoro di consapevolizzazione, che queste donne riescono a vedere ciò che stavano vivendo e ad accettare di mettersi in discussione e in gioco lavorando su loro stesse come donne e, soprattutto, come madri. Anche Yahwèh era, secondo Jung, inconsapevole di ciò che stava facendo a Giobbe e il suo percorso verso la consapevolezza, verso la ricerca del miglioramento di sé, verso la perfezione, è iniziato con l’incarnazione in Gesù, in quanto facendosi uomo avrebbe potuto essere un po’ come Giobbe. Leggendo la parabola di Giobbe in ottica adleriana si potrebbe ipotizzare che, di fronte alla reazione di Giobbe, Yahwèh si sia sentito in una condizione di minus (inferiorità) e che, nel tentativo di raggiungere una condizione di plus (superiorità) abbia scelto di reincarnarsi in una versione più completa di sé, completa di quell’umanità che rendeva Giobbe ciò che era. Quest’ultima scelta di Yahwèh può essere letta anche come il desiderio di essere un uomo completo, presente in quella che Adler definì con il termine “protesta virile” (con la quale mise in discussione la teoria della pulsione sessuale di Freud e che portò alla loro conseguente rottura) inteso come il principio dinamico fondamentale e come lotta per la compensazione del sentimento d’inferiorità.

“Conosci te stesso” è anche legato alla comprensione del tipo psicologico nel quale ciascuno di noi rientra. Jung distingue i tipi psicologici in due categorizzazioni generali, orientate dal movimento della libido, che definisce come tipo introverso e tipo estroverso. Queste categorie si possono ritrovare in persone di qualsiasi sesso, età e di qualsiasi livello d’istruzione e cultura, inoltre sembrano essere predisposizioni individuali non connesse alle influenze dell’ambiente (per Jung ciò trovava dimostrazione nel fatto che due fratelli, in condizioni normali, nati dagli stessi genitori e cresciuti nello stesso ambiente possono rientrare uno nel tipo introverso, l’altro in quello estroverso). In generale, il tipo introverso si caratterizza in quanto “[…] si comporta astraendo, pensa sempre a privare l’oggetto della sua libido, quasi dovesse difendersi dal suo strapotere. L’estroverso invece ha un atteggiamento positivo nei confronti dell’oggetto.”[6] Inoltre, il tipo estroverso “[…] fa costantemente dono di sé e si consegna al mondo […]”[7] mentre l’introverso tende a “[…] difendersi dalle sollecitazioni esterne, a trattenere (dentro di sé) il più possibile le energie che sono in diretto rapporto con l’oggetto e a crearsi invece una posizione più forte e più sicura possibile.”[8].

Queste due categorie, a loro volta, vengono definite in modo più preciso in base alla funzione principale che orienta e permette l’adattamento dell’individuo, distinguendo quattro funzioni di cui due irrazionali (sensazione e intuizione) e due razionali (sentimento e pensiero). Si avranno quindi, dalla combinazione di categoria generale e funzione, otto tipi psicologici:

  • tipo introverso di sensazione, caratterizzato dalla capacità di fotografare le proprie parti interne;
  • tipo estroverso di sensazione, caratterizzato dalla capacità di fotografare il mondo;
  • tipo introverso di intuizione, dotato di facoltà sciamaniche e profetiche e dalla capacità di percepire dentro di sé i cambiamenti (un esempio ne è Nietzsche);
  • tipo estroverso di intuizione, dotato di buone capacità di cogliere le evoluzioni future in base ai dati esterni;
  • tipo introverso di sentimento, caratterizzato da modi di pensiero e sentimentalismi rigidi con vissuti di incapacità o pudore nell’espressione delle emozioni (un esempio ne è Freud);
  • tipo estroverso di sentimento, caratterizzato dalla manifestazione di giudizi aprioristici;
  • tipo introverso di pensiero, l’interesse risulta focalizzato sul mondo interiore e astratto (come quello della matematica) e sono presenti buchi emotivi (un esempio ne è Kant);
  • tipo estroverso di pensiero, caratteristico di persone che dimostrano di sapere come funziona l’oggetto del loro interesse (un esempio ne è Voltaire).

Spesso, anche per lo psicoterapeuta in formazione, risulta molto difficile il tentativo di auto-inserirsi in uno solo di questi tipi, per quanto ognuno di noi sia governato da una funzione primaria (introversa o estroversa) e due secondarie (sensazione, intuizione, sentimento o pensiero). Può capitare di ritrovarsi contemporaneamente in tipi psicologici molto differenti tra di loro, sarebbe interessante capire davvero in quale di questi tipi ci avrebbe fatti rientrare Jung in persona, in base agli individuali modi di adattarsi al mondo e in base alle proprie storia di vita.

Per concludere, in base a quanto detto fin ora sarebbe importante per ogni giovane psicoterapeuta in formazione vivere delle esperienze formative che permettano di vedere il modo in cui il proprio inconscio si attiva e quali sono le tematiche che potrebbero portarlo a colludere con il paziente. Tali esperienze stimolano riflessioni che portano a chiedersi se determinate aree sono state analizzate a sufficienza e quanto queste possano influire sulle capacità di ascolto critico e di accoglimento davanti a pazienti che portano tali tematiche in seduta e, soprattutto, quanto sia alto il rischio di colludere con tali pazienti. Come scritto all’inizio, anche queste aree fanno parte della propria storia di vita, fanno parte di quello che si è e che il giovane psicologo sta imparando a conoscere. Solo ri-raccontando la propria storia all’interno dello spazio di analisi personale si potrà distillarla e rendere se stesso uno psicoterapeuta fruibile come “farmaco” e una persona con strumenti nuovi per provare a essere anche per sé un “farmaco di auto-medicazione”.

 

Dott.ssa Erika Bovio psicoterapeuta in formazione attualmente al 3° anno presso la Scuola Adleriana di Psicoterapia.

[1] Hillman J. (1983), Le storie che curano. Freud, Jung, Adler, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1984, pp. V e 36.

[2] Hillman J. (1983), Le storie che curano. Freud, Jung, Adler, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1984, p. 69.

[3] Jung C.G. (1952), Risposta a Giobbe, in Jung C.G., Opere, vol. 11 Psicologia e Religione, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pp. 337-457.

[4] Jung C.G. (1952), Risposta a Giobbe, in Jung C.G., Opere, vol. 11 Psicologia e Religione, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pp. 349-350, 363.

[5] Jung C.G. (1952), Risposta a Giobbe, in Jung C.G., Opere, vol. 11 Psicologia e Religione, Bollati Boringhieri, Torino, 1992, pp. 3358-360.

[6] Jung C.G. (1921), Tipi psicologici, Grandi tascabili economici Newton, Roma, 2012, p. 262.

[7] Jung C.G. (1921), Tipi psicologici, Grandi tascabili economici Newton, Roma, 2012, p. 263.

[8] Jung C.G. (1921), Tipi psicologici, Grandi tascabili economici Newton, Roma, 2012, p. 263.

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