L’ATTEGGIAMENTO

L’ATTEGGIAMENTO

Esistono persone che hanno studiato e viaggiato per tutto il mondo, ma che sono rigide e hanno una mentalità chiusa. C’è, invece, chi non si è mai mosso dal proprio territorio e ha una mente molto flessibile e aperta al cambiamento. Perché? Capita spesso di sentire che “è tutta questione di atteggiamento…”.

Effettivamente è così: l’atteggiamento determina emozioni e comportamenti.

Quando una situazione non è favorevole o fa soffrire, quindi, basterebbe cambiare atteggiamento. Ma è realmente possibile? Come si fa?

 

Definizione

Iniziamo con un excursus storico sul concetto di atteggiamento, tanto caro agli psicologi sociali.

Thomas e Znaniecky (1918) sono stati i primi a indentificare il costrutto di atteggiamento, intendendolo come un processo della coscienza individuale che determina l'azione, ossia una disposizione verso. Secondo gli autori, per modificare il comportamento delle persone, è necessario cambiarne gli atteggiamenti.

Secondo Allport (1954), l’atteggiamento è uno stato mentale di prontezza, organizzata attraverso l'esperienza, che esercita un'influenza sulla risposta dell'individuo nei confronti di ogni oggetto o situazione con cui entra in contatto.

Rosenberg e Hovland (1960) hanno ideato la concezione tripartita degli atteggiamenti. Secondo gli autori, l'atteggiamento è un costrutto psicologico costituito da tre componenti di natura diversa: la componente cognitiva, affettiva e comportamentale.

La componente cognitiva è l’insieme delle informazioni e credenze verso un oggetto, quella affettiva racchiude le reazioni emotive verso l’oggetto e la comportamentale è composta da tutte le azioni di avvicinamento o allontanamento dall’oggetto.

Fazio (1986), nell’ambito della Social Cognition, ha definito l’atteggiamento come una struttura cognitiva costituita dall’associazione in memoria tra la rappresentazione dell’oggetto e la sua valutazione.

Alla luce di tutto ciò, si può evincere che l’atteggiamento è il modo di disporsi o di presentarsi ed è il riflesso di un determinato stato d'animo o una forma deliberatamente assunta di comportamento. Il nostro atteggiamento è un mezzo essenziale che ci permette di comprendere il nostro ambiente circostante e di dargli coerenza.

Gli atteggiamenti sono frutto di apprendimento e quindi derivano dall’esperienza, che può essere diretta o mediata.

 

“Perché non cambi atteggiamento?”

A determinati atteggiamenti ne rispondono alcuni e al mutare dei primi si modificano anche i secondi.

Gli esempi sulla vita familiare spiegano bene questo concetto: si pensi a una coppia nella quale la moglie si lamenta perché il marito non è affettuoso con lei. La moglie che s’impunta e aggredisce il partner, esigendo una situazione diversa, non ottiene quasi mai i risultati attesi. Se invece lo attendesse con un atteggiamento benevolo, è più probabile che il marito riesca a coccolarla di più. Oppure si pensi a un figlio che non fa mai niente in casa, mentre sua mamma non fa altro che sgridarlo e dirsi esasperata dalla situazione e dalla mole di lavoro, continuando imperterrita a sobbarcarsi sulle spalle i suoi impegni. Potremmo ipotizzare che la soluzione migliore per fare cambiare atteggiamento al figlio non sia quella di sfogarsi e lasciare tutto com’è, ma accompagnare allo sfogo uno sforzo a cambiare lei stessa. Ad esempio, potrebbe lasciare qualcosa da fare anche a lui, farlo sentire utile e affidargli delle responsabilità. Dare fiducia è possibile, se si valorizza quel che viene fatto, senza troppe critiche perché l’altro non è bravo o rapido come ci aspettiamo da noi stessi. Chiedere aiuto, anziché pretenderlo, ben dispone.

Almeno in parte, siamo noi che costruiamo la nostra realtà.

A questo punto è lecito domandarsi se siamo in grado o meno di modificare i nostri atteggiamenti.

L’essere umano è caratterizzato da un sistema cognitivo-comportamentale che tende all'equilibrio, siamo quindi portati a non volere o a non riuscire a cambiare atteggiamento, perché quel che è familiare suscita reazioni positive, mentre l’ignoto fa paura. Si ha paura di abbandonare cosa si conosce e di andare verso il nuovo. Inoltre, gli automatismi ci costano molta meno energia, sia fisica che psichica.

Si tende sempre ad avere il medesimo atteggiamento e a riproporre vecchi schemi. Freud, a questo proposito, aveva parlato di coazione a ripetere e attribuiva alla stessa una valenza negativa. In termini adleriani, è preferibile contestualizzare tale concetto abbinandolo allo stile di vita dell’individuo e inserendolo in un contesto strutturato di finzioni, abitudini, automatismi e ritualismi.

Alcuni studi (il più famoso è quello di Heider, 1947), infatti, hanno proprio mostrato come gli atteggiamenti, i comportamenti e i valori costituiscono un sistema cognitivo che tende a mantenere uno stato di equilibrio. Basti pensare, ad esempio, che se c’è una persona che ci piace e una che non ci piace, preferiamo che anche tra loro non si sopportino.

Cambiare atteggiamento non è cosa facile, perché racchiude elementi emotivi, cognitivi e comportamentali. Quando manifestiamo una determinata attitudine non esprimiamo solo un comportamento: dietro di questo si celano pensieri e sentimenti, che ci fanno sentire relativamente comodi e sicuri. Infatti, normalmente, non basta sapere che il nostro atteggiamento è negativo per riuscire a cambiarlo.

Sembrerebbe, quindi, che l’essere umano, pur consapevole che il proprio atteggiamento è sbagliato, non riesca a modificarlo, anche se il prezzo che paga è alto: alcuni atteggiamenti possono nascondere e schiacciare l’autenticità del soggetto. Noi, infatti, non mostriamo tanto ciò che siamo, quanto ciò che gli altri significativi credono che noi siamo, in un gioco di aspettative e desideri. È ciò che pensiamo di essere che ci guida nel mondo e che determina i nostri atteggiamenti.

Purtroppo è esperienza di tutti che il solo decidere di cambiare non corrisponda facilmente a un reale cambiamento. Cambiare, infatti, è un atto profondo, che va oltre alle parole e alle decisioni, che riguarda la propria identità e la sfera più intima di sé.

Ne consegue che, per modificare gli atteggiamenti, non ci si deve muovere sul piano dei comportamenti, bensì sul piano più profondo dell’identità e dell’immagine di sé. E qui, entra in gioco la psicoterapia.

 

 

 

 

Il cambiamento dell’atteggiamento grazie alla psicoterapia

La più grande resistenza umana è la resistenza al cambiamento: anche quando ormai è stato raggiunto un buon livello di consapevolezza e si è consci che i propri atteggiamenti e comportamenti, ormai rigidi e cristallizzati in abitudini e strutturati nello stile di vita, vanno cambiati, ci sono grosse difficoltà e resistenze.

In un percorso psicoterapeutico, raggiungere una buona consapevolezza di sé è già molto, ma non sufficiente. Una parte di cambiamento è già insita nella presa di coscienza, fosse già solo perché si sa cosa si sta facendo e il perché. Esserne consapevoli è già, di per sé, un cambiamento.

Eppure, apportare delle modifiche nella vita di tutti i giorni e modificare il proprio atteggiamento nei confronti di se stessi, degli altri e della vita, è un’altra cosa ed è piuttosto complesso.

La coazione a ripetere, i vantaggi secondari e le finzioni sono una certezza, un porto sicuro, seppur portatori di sofferenza. Questo vale anche per le finzioni. Spesso, non si abbandonano neanche quando ormai se ne è consapevoli e anche quando si sa che possono diventare controproducenti.

È importante quindi che il terapeuta incoraggi il paziente e lo sproni al cambiamento e alla modifica dei vecchi schemi. Si deve accostare con coraggio verso il nuovo, trasmettendo forza anche al paziente.

Il suo lavoro consiste prima nell’evidenziare la qualità, le caratteristiche e la forza di finzioni, atteggiamenti, abitudini e automatismi, poi nell’introdurre qualcosa di nuovo e nel modificare schemi antichi e disfunzionali, proponendo esperienze emotive correttive.

Tutto questo avviene nel lavoro terapeutico e proprio grazie al suo carattere relazionale. La relazione terapeutica viene quindi intesa come il luogo dove si cerca di dare senso alle cose che accadono.

Quindi, nella e con la relazione con il terapeuta, dove interpretazione e relazione agiscono in sinergia, si raggiungono nuove consapevolezze, ma anche nuove esperienze relazionali, più funzionali, grazie alle quali è possibile interrompere lo stile disadattivo e disconfermare gli schemi interpersonali disfunzionali.

Le spiegazioni e le interpretazioni riorganizzano l’intrapsichico, mentre la relazione e i momenti di autentica connessione tra paziente e terapeuta cambiano, nel tempo, il modo di stare con gli altri e quindi il senso di sé del paziente.

 

Atteggiamento di risposta del terapeuta

Un lavoro terapeutico così inteso è possibile farlo solo se il terapeuta ha una buona consapevolezza di sé. Soprattutto, se ha esplorato ed elaborato la propria dimensione implicita, corporea e il proprio modo di stare con, perché tutto passa attraverso al come: come si guarda l’altro, come si entra nel suo ritmo di movimento, come s’interagisce, come si sta con… Non solo attraverso le parole.

Inoltre, è fondamentale l’atteggiamento empatico, per entrare in sintonia emotiva con il paziente. Anzi, è importante tutto il suo atteggiamento: la sua predisposizione alla relazione, il suo senso della vita e tutti quei segnali che, consciamente o inconsciamente, trasmette nell’incontro con il paziente.

Naturalmente si tratta di un processo molto lungo e che non scorre così liscio. Il cambiamento è faticoso. L’essere umano tende a ripetere e a non abbandonare gli schemi noti. Andare verso qualcosa di ignoto fa paura. Per questo, nonostante le consapevolezze raggiunte, si continua spesso, anche dopo anni di terapia o analisi a cadere nella coazione a ripetere. Infatti, secondo il prof Grandi, il paziente va incoraggiato. Se si desidera mantenere un certo grado di libertà, si deve recuperare il coraggio personale.

Per promuovere il cambiamento, è importante che il terapeuta sia il primo, nella relazione con il paziente, ad avere la disposizione e il coraggio di abbandonare il conosciuto, per addentrarsi in ciò che è nuovo e che apre al cambiamento. Poi, deve saper aiutare il paziente ad accettare la sofferenza conseguente alla rinuncia di ciò che è conosciuto, per entrare invece in una dimensione ignota ed incerta, insieme a lui. Entra, quindi, in gioco il coraggio del terapeuta quanto il coraggio del paziente. Entrambi devono accettare la componente di rischio, inevitabile in ogni processo trasformativo.

Da qui, allora, l’importanza della persona dello psicoterapeuta. Secondo Grandi, infatti, ci sono tre componenti fondamentali nell’essere terapeuta: la competenza, la professionalità e la persona. La competenza è la conoscenza teorica e tecnica. È quello che si trova sui libri, che si apprende a lezione, nelle supervisioni, nei seminari… Alle conoscenze bisogna poi aggiungere la professionalità e un determinato atteggiamento e modo di essere, che passa attraverso la dignità, il rispetto, la collaborazione, l’amore e l’umanità. È necessario poter coniugare acquisizioni teoriche e competenze tecniche (l’esprit de geometrie), con la propria persona e umanità (il savoir faire, l’esprit de finesse) e, ci si auspica, con tutta la consapevolezza di sé, ivi comprese le proprie parti malate. Il terapeuta deve saper esserci e saper prendersi cura del paziente, deve essere flessibile e responsabile.

Come terapeuti siamo chiamati noi per primi a riflettere sul nostro atteggiamento e a riuscire a modificarlo. L’esperienza insegna come il paziente cambi atteggiamento in terapia, non solo per la terapia stessa, ma anche per un inconsapevole processo d’imitazione del terapeuta. Ad esempio, le pause e i silenzi, dopo un po’ di tempo, iniziano a essere simili, così come può accadere con il modo di fare. Oppure si pensi all’autoironia e a quel piacevole scambio di battute leggere che fanno sorridere a fine di una seduta e che aiutano il paziente ad andare via più sollevato. Può capitare che, dopo un po’, sia il paziente a introdurre delle battute, a scherzare e ad auto-ironizzare. Spesso, nei casi più fortunati, riesce anche a portarsi l’autoironia fuori dal setting.

Solo quando c’è una relazione, è possibile l’interiorizzazione degli atteggiamenti del terapeuta, delle riflessioni su di sé, nonché della sua funzione riflessiva.

Pensiamo, quindi, a che enorme responsabilità abbiamo con i nostri pazienti. Siamo chiamati a credere con forza e coraggio nella possibilità di cambiare e di rifiorire… e tale capacità dipende dal nostro lavoro analitico… Da quanto noi, per primi, siamo stati in grado di “risorgere dalle ceneri” grazie alle nostre analisi. Quanto più la sofferenza è stata bonificata, più diventa una ricchezza, che permette di entrare in sintonia con il paziente e a infondergli speranza nel suo cambiamento.

Nel lavoro terapeutico, interpretazione e relazione agiscono in sinergia, perché quello di cui il paziente ha bisogno è un’esperienza, oltre che di una spiegazione. Solo così ci può essere un “nuovo inizio”.

 

 

Dott.ssa Giulia Caffaro

Psicoterapeuta individual psicologica