Sulla via del riconoscimento

Sulla via del riconoscimento

“…A l’alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e il velle,

si come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.”

(D. Alighieri. Paradiso, XXXIII, vv 142-145)

 

Seduto su un’altalena, vivo nella mia solitudine. Nel mio bisogno di essere visto, nel mio desiderio di essere riconosciuto. Riconosciuto per quello che sono realmente, non per ciò che gli altri vedono o credono di me. Riuscirò a mostrare agli altri il mio valore, ad avere dei veri amici sui quali poter contare, a non essere esclusivamente etichettato come “teppista”.

Sono questi i pensieri del bambino Naruto – protagonista di un “Anime” del XXI° secolo – che ben si sposano coi vissuti della maggior parte degli adolescenti moderni che i terapeuti possono incontrare nel corso del loro lavoro clinico. Naruto così come Antonio, Lorenzo, Paolo, Martina solo per citare alcuni dei ragazzi che vivono costante disagio e che hanno intrapreso un percorso psicoterapeutico; vissuti che li fanno percepire come soli, inadatti e incompresi. Adolescenti che hanno bisogno d’immedesimarsi in eroi immaginari allo scopo di non sentirsi più soli. Eroi fragili che necessitano di riconoscimento vuoi da parte delle figure genitoriali vuoi dagli amici che spesso li scherniscono o non li considerano.

Così come Naruto, hanno bisogno di apparire non per quello che sono realmente ma per ciò che desiderano essere mettendo spesso in atto comportamenti mirati non a riscontrare approvazione quanto piuttosto ad attirare l’attenzione. Nelle relazioni coi pari possono creare scompiglio ed essere facile bersaglio di critiche e svalutazioni; in famiglia assumono comportamenti arroganti e irrispettosi nei confronti dei loro genitori vissuti come colpevoli di non riuscire a capirli, di non giocare con loro, di non vederli. Oppure assumono atteggiamenti di chiusura e di non espressione dei loro bisogni; si vivono alla stregua di fantasmi, come se fossero trasparenti e valutati esclusivamente in base ai successi che ottengono a scuola. Nell’ambiente domestico, vivono in preda alla loro solitudine con il bisogno di estraniarsi dalla scomoda realtà di tutti i giorni. Hanno il bisogno di crearsi un mondo fantastico al quale solo loro possono accedere; un mondo virtuale dove possono vivere da Eroi e sentirsi accettati; un mondo che è illusione, che se eccessivamente rinforzato può portare a perdere contatto con la realtà. In questo mondo non si perdono mai, sanno sempre trovare la strada del ritorno. Interessante potrebbe essere il giocare a perdersi nella realtà non da soli ma assieme a una figura per loro di riferimento. Possono mostrare così il loro valore sapendo che si può sbagliare, ma non si è soli e – soprattutto – non c’è alcun giudizio nei loro confronti.

I videogiochi, le immagini animate sono il loro rifugio; un porto sicuro nel quale approdare e vivere. Un mondo che si rinforza maggiormente con il passare degli anni e li allontana da quello reale. Perché dover vivere nella realtà scolastica quando gli amici non mi guardano e gli insegnanti prestano attenzione esclusivamente ai miei demeriti e non sono in grado di riconoscere i miei pregi, il mio impegno la mia volontà. A casa i genitori sono assenti pur nella loro presenza, sono stanchi e non hanno tempo e voglia di stare con me. Nelle ore dei pasti si guarda il telegiornale e dopo si è sul divano a leggere o a guardare la televisione. I genitori che non parlano tra loro e, conseguentemente, spesso non considerano i figli. L’unico interesse è relativo l’andamento scolastico che deve essere positivo, negli sport non è importante il divertimento quanto piuttosto la competizione.

Queste alcune delle realtà in cui i giovani adolescenti moderni sono inseriti e nella quale devono crescere. Una realtà che poggia le basi su una concezione individualistica della vita in cui vige la legge del “self made man”. L’uomo non può bastare a se stesso, l’uomo – come diceva Aristotele – ha bisogno delle sue relazioni. Si può ottenere valore e riconoscimento esclusivamente nel rapporto con gli altri. La condivisione permette la crescita, il confronto aiuta il riconoscimento.

La cooperazione non è innata; il bambino nasce autocentrato e solo nel corso della sua crescita può sviluppare la cooperazione. Deve essere educato a saper cooperare e a uscire gradualmente dalla concezione dell’individualismo che lo può portare esclusivamente all’isolamento.

Il giovane Naruto è solo e per tale regione cercherà con tutte le sue forze di diventare un eroe, di essere riconosciuto; ma per raggiungere il traguardo prefissato dovrà rendersi conto che non potrà contare esclusivamente sulle proprie forze. Necessaria e allo stesso tempo difficile da affrontare è la fatica; la sofferenza nel cercare di cambiare i propri atteggiamenti. Molto più semplice è affermare di non farcela senza nemmeno l’averci provato. Quanto si è disposti a soffrire. Nella vita c’è la sofferenza e bisogna saperla affrontare con adeguata educazione alla fatica.

La società moderna è in preda al disagio poiché tutto sembra essere dovuto; i giovani non sono più abituati a lottare e per la maggior parte delle situazioni ottengono soddisfazione ai loro desideri senza il minimo sacrificio. Giovani che respirano sia l’aria all’interno delle mura domestiche che del mondo esterno e spesso sono immersi in una realtà in cui non c’è posto per la fatica ma solo per il tutto e subito.

Realtà in cui è cresciuto Naruto così come Antonio sino a Martina; giovani adolescenti che sentono di poter contare esclusivamente sulle proprie forze e che mettono in atto atteggiamenti volti al cercare di ricevere attenzioni ma che non rispondono ai loro reali bisogni. Hanno bisogno di mostrarsi come perfetti; possono talvolta farsi carico di situazioni domestiche sostituendosi ai loro genitori sino a diventare bambini deprivati dei loro bisogni per poi ritirarsi nel loro “perfetto” mondo immaginario. A queste possibilità di reazione vi sono anche quelle che li possono portare a scegliere di seguire la strada della delinquenza poiché spesso non sono stati correttamente soddisfatti i loro bisogni o sono stati trascurati. Li accomuna la solitudine; il bisogno di essere visti, di potersi fidare dell’adulto che lentamente deve avvicinarsi a loro rispettando i loro tempi poiché forte può essere la paura di vivere nuovamente l’abbandono.

Il giovane maestro Iruka si avvicina lentamente a Naruto ascoltandolo e lasciandolo sfogare così come il terapeuta incontra Antonio, Lorenzo, Paolo e Martina e li accoglie cercando di conoscerli e facendosi conoscere. Il maestro e il terapeuta permettono loro di raccontare e raccontarsi così da potersi lentamente avvicinare al loro mondo, ai loro sogni e ai loro desideri. Da accantonare è l’atteggiamento giudicante nel quale sono immersi quotidianamente facendo emergere la comprensione e il piacere nell’ascoltarli.

Viene messo in atto un lento processo di ascolto volto a riconoscere la libera soggettività espressa dagli adolescenti; un percorso che permetterà di giungere al riconoscimento.

L’adolescente moderno, però, prima di conoscere se stesso ritiene opportuno conoscere gli altri; quasi come se nell’altro da me io potessi trovare qualche ispirazione che mi possa aiutare a individuarmi. Spesso però ciò che si può scorgere nell’altrui sguardo può creare vissuti contrastanti tra cui sorpresa e disagio (solo per citarne alcuni). Si può attivare un lento processo volto all’immedesimazione o identificazione nell’altro da me correndo il rischio di perdere la propria individualità. L’adolescente che non si piace, alla ricerca di riconoscimento, può cercare di trarre ispirazione dagli altri che lo circondano oppure può trarre ispirazione da eroi che gli permettano di fuggire dalla quotidiana realtà.

Sono eroi fragili che nonostante i loro “poteri” non riescono a sentirsi apprezzati e riconosciuti. Compito del terapeuta è fornire loro ascolto così da permettere il riconoscimento dell’altrui libera soggettività. Il giovane adolescente, così come il bambino, ha bisogno di essere ascoltato e avere un suo spazio nel quale possa lentamente acquisire sicurezza e tranquillità di potersi esprimere senza la costante paura del giudizio. Non è, subito, importante dare consigli o assumere un ruolo simile a quello dei genitori. La fase iniziale di un lavoro terapeutico dovrebbe essere improntata sull’accoglienza e sull’ascolto al fine di lentamente permettere che si formi l’alleanza tra il giovane e l’adulto che in quel momento è lì non per giudicarlo ma per accoglierlo. Il poter e saper ascoltare permette al nostro giovane Naruto di sentire sia la sua soggettività che quella delle persone che lo circondano. Il maestro Iruka incarna correttamente il ruolo del terapeuta che anziché accusare o criticare il ragazzo, prova ad ascoltare e a capire le motivazioni delle sue azioni. Fa lentamente capire a Naruto che lo considera una persona speciale e non solamente oggetto di critica (atteggiamento che Naruto ha sempre vissuto e riscontrato in tutti gli abitanti del suo villaggio).

Naruto, come Antonio o Paolo, è un ragazzino iperattivo costellato dalla presenza di una forte ansia dovuta al suo non sentirsi riconosciuto. Errore è non prendere in considerazione la presenza della componente d’ansia e limitarsi esclusivamente al fatto che “Antonio” è un ragazzino iperattivo incapace di rispettare le regole che gli vengono, per esempio, assegnate dai genitori. Il maestro, il formatore, il terapeuta deve cercare di capire l’origine del suo comportamento e se si rende conto che alla base degli atteggiamenti di “Antonio” vi è una componente ansiosa dovrà aiutarlo nel capire l’origine della sua ansia e fornirgli strumenti adeguati al fine di gestirla nel migliore dei modi. I ragazzi respirano l’aria famigliare e pertanto possono assumere caratteristiche proprie dei genitori; non è necessario che un genitore trasmetta verbalmente, per esempio, l’importanza dell’ottenere risultati scolastici eccellenti. Sufficiente può essere l’aria che si respira in casa e la trasmissione attraverso il linguaggio non verbale.

Compito del terapeuta è andare alla ricerca del paradigma indiziario (cit. prof. L.G. Grandi) così da cercare di conoscere l’adolescente (o il bambino o l’adulto) e scegliere le strategie più opportune da mettere in campo nel lavoro di terapia. Bisognerà prestare attenzione non solo agli aspetti prettamente fenomenici ma anche a quelli non verbalmente espressi. Andranno scoperte e indagate le omissioni; importante non è solo ciò che il paziente può comunicare ma anche ciò che non comunica verbalmente e va cercato attraverso una lenta e accurata indagine terapeutica.

Il terapeuta avrà il compito di favorire la ricerca di opportune strategie atte al raggiungimento del riconoscimento; strategie che dovrebbero discostarsi da quelle adottate nelle epoche passate e – per esempio – decantate da Hobbes nel “Leviatano”. Hobbes (1651) affermava come il riconoscimento potesse avvenire solo a seguito di una guerra di tutti contro tutti in cui vengono a scatenarsi le tre primitive passioni umane: la competizione, la diffidenza e la gloria. Si prova brevemente ad analizzarle. La competizione è l’opposto della cooperazione e non permette il mutuo aiuto tra le persone. La competizione è alla base dell’individualismo in cui domina l’idea che l’uomo basta a se stesso e vive nell’illusione di non aver bisogno di nessun altro; concezione che lo porterà inevitabilmente alla solitudine. L’uomo competitivo usa gli altri al solo scopo di raggiungere i suoi obiettivi indipendentemente dai mezzi che possono essere richiesti per il raggiungimento dei suoi scopi.

La diffidenza – conseguentemente – rende impraticabile la relazione di mutuo riconoscimento tra gli individui poiché non lascia spazio alla presenza di fiducia e possibilità di accogliere l’altro come diverso da me. La gloria, infine, può essere intesa e raffigurata come la meta finale alla quale si vuole ambire. Meta da raggiungere con ogni mezzo che si ha a disposizione indipendentemente dal fatto che possa essere più o meno lecito. Questo il concetto di gloria nei tempi passati che non prevede la presenza dell’altro ma una concezione prettamente individualistica volta al mero soddisfacimento dei propri bisogni.

La lotta per il riconoscimento è causata sostanzialmente da un fraintendimento reciproco a cui soggiacciono i due contendenti: essi credono che riconoscersi voglia dire escludere l’altro, sino a ucciderlo o fino a uccidersi. Hegel, dal canto suo, sostiene che il riconoscimento autentico riesce solo a patto che l’altro sia incluso, cosa che è consentita ovviamente solo se l’altro resta in vita.

Cambia la concezione illustrata da Hobbes che sosteneva come il riconoscimento potesse avvenire solo a seguito della morte dell’altro. Per sentirmi riconosciuto devo ucciderti perché “se non lo faccio io, lo farai tu”. Modus operandi sempre stato alla base di guerre e conflitti; unica soluzione per il dominio sui popoli e per il riconoscimento del potere è il prevaricare sull’altro vuoi uccidendolo vuoi rendendolo schiavo (privandolo della libertà). Il riconoscimento avveniva con l’annullamento dell’altro; impensabile era provare a cercare altra strategia che potesse portare al medesimo risultato.

“…a noi sta fortemente a cuore il riconoscimento altrui. Quando gli altri ci giudicano – bene o male che sia – siamo in forte tensione morale e a nostra volta giudichiamo il giudizio espresso su di noi…”. Questo per Hegel è l’essere riconosciuto, cioè una modalità autentica di riconoscimento, nella quale non è contemplata la lotta e tanto meno l’eliminazione violenta dell’altro.

L’altro è infatti incluso nel dialogo. Hegel propone l’intersoggettività dialogante che non garantisce che l’azione sia e rimanga buona, garantisce piuttosto la reciproca comprensione tra gli umani.

Entra in gioco il concetto di dialogo; asse portante dell’uomo inteso come persona e non più come individuo. Il dialogo permette la cooperazione così che il riconoscimento possa avvenire non prevalendo e “uccidendo” l’altro ma prendendo in considerazione la sua presenza e la sua libera soggettività. Naruto per sentirsi riconosciuto poteva percorrere la strada della solitudine e dell’opposizione alle regole cercando esclusivamente il soddisfacimento dei suoi bisogni, oppure poteva scegliere la strada della cooperazione e dell’amicizia. Strada meno immediata che però favorisce la costruzione di legami d’amicizia. Naruto per sentirsi accettato e riconosciuto ha bisogno degli altri; necessita dei suoi amici. Dovrà faticare nel suo percorso di crescita ma lentamente stringerà relazioni significative attorno a sé. Riuscirà ad abbandonare la visione egocentrica che lo ha caratterizzato nei primi anni di vita per adottare un comportamento volto alla cooperazione. Cooperando con gli altri potrà così lentamente conoscere le proprie capacità e i propri limiti, conoscerà altre persone con qualità diverse e si potrà impegnare per cercare di superare i propri limiti e raggiungere gli obiettivi prefissati.

Ruolo degli amici sarà essere con lui e per lui, così come Naruto cercherà sempre di non deludere coloro che credono in lui. I suoi amici così come gli adulti che gli ruotano attorno impareranno lentamente ad ascoltarlo e lui, a suo volta, imparerà ad ascoltarli e a accettare i loro suggerimenti non vivendoli come critiche. Come Naruto, così Antonio potrà lentamente capire e riconoscere che il terapeuta – gli adulti – non ricoprono un ruolo esclusivamente giudicante nei suoi confronti ma di ascolto. Verrà presa in considerazione la sua base – in questo caso – ansiosa e verranno individuate strategie opportune ad affrontarla e a trovare soluzioni che gli permettano di vivere al meglio gli eventi che la vita può presentargli.

Nell’oscurità nella quale si era nascosto, comincia a essere visto e ascoltato dai suoi amici. Si avvierà lentamente il processo che porterà al riconoscimento.

Ricoeur aveva affermato che il riconoscimento restava comunque estraneo alla costituzione del Sé e non raggiunge così un rilievo autenticamente ontologico, per cui l’identità è costituita a monte e indipendentemente dal riconoscimento dell’alterità dell’altro. Viene posta particolare attenzione al concetto di altro da Sé. L’uomo non è solo al mondo ma immerso in un contesto sociale in cui vi sono altre persone con delle caratteristiche ben definite. Persone che come Antonio e Naruto sono alla ricerca della loro identità e bisognosi di sentirsi riconosciuti.

Sander sosteneva che l’Io iniziale non è un Io corporeo ma di stato. La misura in cui un sistema consente al bambino di essere agente della propria autoregolazione senza interferire dall’esterno sul controllo dei suoi stati è un buon criterio di valutazione della sanità dell’interazione. Si creano allora le condizioni idonee all’emergere del vero Sé nel bambino. Altrimenti il bambino agisce per compiacenza e si organizza attorno a un patologico falso Sé.

È perciò importante che il bambino prima e l’adolescente poi possa fare e vivere le sue esperienze mettendosi in gioco all’interno di contesti relazionali che lo aiutino a confrontarsi con situazioni diverse. Momenti di vita in cui non è più al centro dell’attenzione ma in un contesto d’interazione con altre persone. Antonio, in queste circostanze, non sarà in presenza della protezione dei suoi genitori ma dovrà confrontarsi con una realtà che si discosta da quella domestica; dovrà pertanto mettere in atto le sue risorse che gli permetteranno di adattarsi alle nuove situazioni. Verrà a scontrarsi con altri che potranno presentare un modus operandi diverso dal suo e riuscire a cooperare con loro creando nuovi legami d’amicizia. Potrà sperimentare vissuti e situazioni di sofferenza e delusione, momenti in cui non sarà al centro dell’attenzione come tra le mura domestiche in cui dovrebbe godere delle cura e della protezione dei suoi genitori. E se i genitori non sono in grado di rispondere alle sue richieste e non si mostrano capaci di accoglierlo nelle difficoltà potranno manifestarsi stati di natura ansiosa che genereranno disagio nel ragazzo.

Tale condizione di disagio lo porterà lentamente a perdere fiducia nei confronti dell’adulto che verrà vissuto come figura punitiva e giudicante. Figura alla quale è meglio mentire causa la paura di non essere compreso, ascoltato e sgridato. Antonio come gli altri adolescenti moderni, a seguito della fiducia persa nei confronti degli adulti (genitori compresi) incapaci di ascoltarlo potrà adottare la strategia di chiudersi in un suo mondo nel quale risulterà difficile accedere. Un mondo fantastico che si discosterà da quello reale e lo porterà lentamente all’isolamento e a estraniarsi dalla realtà. Nella sua realtà vivrà una personale condizione di “eroe” che gli farà credere di potersi proteggere da ciò che gli genera disagio nel mondo reale.

Il terapeuta in questa circostanza dovrà rispettando, i tempi del ragazzo, conquistarsi la fiducia di Antonio senza però sposare esclusivamente il suo punto di vista e neanche quello dei suoi genitori. Un errore comune in cui si può facilmente incorrere consiste proprio nel farsi troppo carico dei vissuti e sentimenti degli adolescenti non tenendo conto della realtà che li circonda. Il paziente mente sempre (cit. prof. L.G. Grandi) pertanto bisogna prestare attenzione nel lavoro terapeutico con lui. Antonio andrà certamente ascoltato ma tenendo anche in considerazione che i suoi racconti potranno essere frutto di una sua personale rilettura della realtà. Bisognerà imparare a filtrare dai suoi racconti ascoltandolo e aiutandolo a entrare in contatto con le sue emozioni in un lento processo di alfabetizzazione emotiva.

Nel lavoro terapeutico, uno degli obiettivi chiave, è il favorire il raggiungimento di un senso coeso di sé come protagonista, differenziato, valido e competente all’interno del proprio contesto vitale. Nello stare con Antonio bisognerà conoscere i suoi vissuti come protagonista del suo mondo per poi provare a confrontarli con le sue capacità di rapportarsi alle situazioni di vita reale.

Il riconoscimento viene individuato come la chiave dello sviluppo perché consente l’emergere di nuovi livelli di organizzazione, nuove capacità e un senso più coeso e differenziato di Sé e dell’altro. La psicoterapia cambia il modo in cui noi riconosciamo noi stessi nel contesto di quello che succede intorno a noi. È la consapevolezza condivisa che nel percorso psicoterapico può produrre la trasformazione dell’organizzazione interna.

Il riconoscimento può avvenire in un momento d’incontro tra me e l’altro, momento in cui io posso mettermi in discussione accettando l’altrui punto di vista. Nel rapportarmi all’altro posso così entrare in sinergia e accettare e riconoscere le differenze e le individualità. Tale processo può certamente avvenire nell’incontro terapeutico ma anche all’interno delle relazioni tra pari. Per poter riconoscere Antonio ho bisogno d’incontrarlo nelle sue individualità, saper cogliere e accettare le diversità tra di noi prendendo in esame la sua unicità. Come terapeuta avrò il compito di saperlo aspettare, non affrettare i suoi tempi, qualora non sia ancora pronto ad affrontare argomenti per lui fonte di disagio.

Dott. Grandi Gian Piero, Psicoterapeuta, Analista S.I.P.I.

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