Psicoterapia dell’età evolutiva: linee guida

Psicoterapia dell’età evolutiva: linee guida

Psicoterapia dell’età evolutiva: linee guida

Psicoterapia dell’età evolutiva: linee guida

“Il motore di crescita e il motore della terapia è essere in relazione con”, questo concetto emerso durante il seminario lo ritengo essenziale nel lavoro clinico sia nell’età evolutiva sia nell’età adulta e anche nella nostra vita in generale.

In “Psicologia del bambino difficile” Adler scrive: “ non esiste un intelletto privato. Un intelletto dell’individuo. L’intelletto ha valore generale. Esso si è sviluppato comprendendo gli altri, avvicinandosi ai propri simili, identificandosi con loro, vedendo con i loro occhi, udendo con i loro orecchi, sentendo con i loro cuori… comprendere significa formarsi, di un uomo o di un avvenimento, il concetto che prevediamo se ne formeranno gli altri”.

La mente adleriana, quindi, non è una mente isolata, nasce e si sviluppa nella relazione con l’altro e come dice sempre il Professor Grandi è proprio l’incontro con l’altro che da senso e significato alla vita. Per questo motivo l’interazione tra la mente del bambino e la mente della madre è intesa come condizione e possibilità di sviluppo per il bambino. Una relazione in cui entrambi, non solo la madre, sono soggetti attivi e competenti nell’ ”essere con” in una dimensione che da subito assume le caratteristiche di reciprocità, anche se in un registro asimmetrico, ricco di potenzialità di sviluppo per il bambino e la mamma.

Capacità di accudimento, di riflessività e responsività, di reverie, di contenimento, identificano quella funzione materna “sufficientemente buona” che Adler, insieme a ogni studioso dello sviluppo, sottolinea come centrale per uno sviluppo normale e sano.

Vorrei soffermarmi ora sulla teoria del contenimento di Bion. Questa teoria si basa sul contatto emotivo tra madre e bambino, la relazione che rappresenta e plasma le varie relazioni nella vita: quella fra psicologo e paziente, quella fra maestro e allievo, quella fra capo e dipendente e così via.

Questa funzione di contenimento è definita da Bion come funzione psicoanalitica della mente. L’importanza del contenitore è data dal fatto che sin da prima della nascita il feto è inserito in un contenitore, ossia l’utero. La nascita è la prima esperienza di perdita del contenitore, il primo trauma. Il bambino perde, è vero, il contenitore biologico e fisico, ma al contempo crea un contenitore nuovo che non potendo più essere la mamma in senso corporeo, diventerà la mamma in senso relazionale e psicologico. La mamma continuerà, infatti, a essere contenitore mediante la sua capacità empatica, entrando in sintonia con gli aspetti emozionali del figlio.

Nel momento in cui il bambino si sente compreso, non solo si sente sollevato dalle proprie angosce e dal proprio terrore, ma nel contempo introietta una mente che pensa. Quindi, la possibilità d’incontrare la mente della madre è collegata alla possibilità, per il bambino, di strutturare una mente per se stesso.

L’esperienza di essere compresi da un altro è un’esperienza di per sé bonificante e sanificante: la salute mentale nasce quando ci sentiamo compresi. In questo consistono anche la relazione di aiuto psicologico e l’essenza del lavoro relazionale: non tanto “fare qualcosa” ma saper “ascoltare e comprendere”, essere presenti e contenere aldilà delle competenze tecniche. Possiamo quindi sostenere che ci sono due ordini di bisogni nel bambino piccolo: quello biologico e quello di relazione.

Lo sviluppo è possibile, quindi, soltanto in presenza di contenitori psichici efficienti e adeguati ai propri contenuti: la relazione fra contenitore e contenuto può e dovrebbe essere all’insegna della creatività. Nel caso in cui, invece, il contenitore sia troppo rigido, comprime o danneggia il contenuto, o viceversa nel caso in cui il contenuto sia così forte da spezzare il contenitore, la relazione è definita insana e si crea una situazione di danneggiamento reciproco. Ad esempio, la famiglia, che è uno dei primi contenitori, se è troppo rigida distrugge le persone che ne fanno parte: è, questa, una famiglia che non contiene e che non da spazio. Al contrario, potrebbero esservi dei contenuti, ossia dei bambini, troppo dirompenti, catastrofici, aggressivi che esasperano la propria madre (o a seconda dei contesti esasperano insegnanti, psicologi ecc…).

Pensando all’esperienza dello psicologo, potrebbe capitare a questi di non fungere da contenitore, ma da contenuto, ossia pensa di curare gli altri utilizzandoli, in realtà, per curare se stesso. Questa sarà di sicuro una relazione psicologica patologizzante, ed è questo uno dei motivi per cui occorre che chi svolge un lavoro psicologico sia consapevole di sé e delle proprie motivazioni profonde, ossia sia “risolto”, libero da blocchi interiori che non gli permetterebbero di essere chiamato in causa con la sua mente.

Nell’occultare questi bisogni può accadere che lo psicologo si rifugi nel tecnicismo e sposti la funzione di contenimento da se stesso agli strumenti operativi (ad esempio i test) dimenticando che non sono questi che curano, ma la relazione.

Quando la madre funge da contenitore è perché è in grado di accogliere l’angoscia proiettata dal proprio bambino. Quest’ultimo nel proiettare sulla madre la sua angoscia è come se staccasse un pezzo dalla sua mente, inibendo la possibilità di pensare. E’ qui che entra in gioco la capacità della madre di mantenere un equilibrio di fronte all’angoscia che il bambino introduce in lei, di contenerla e di restituirla bonificata e dotata di significato attraverso quella che Bion chiama capacità di reverie.

Ciò che avviene a livello individuale può avvenire anche a livello sociale: il contenimento e il restituire significati avviene anche ad opera degli insegnanti in campo scolastico. Nel contempo una società incapace di svolgere la sua funzione di contenimento attraverso le leggi e le regole sociali è una società che incrementa l’angoscia e la distruttività.

Analogamente possiamo dire che chi svolge un lavoro di tipo psicologico deve avere le stesse capacità di reverie, cioè di entrare in risonanza con ciò che l’altro proietta.

La salute mentale è, quindi, la conseguenza dell’aver potuto introiettare un oggetto buono in grado di contenere le angosce. In questo consiste la maturità emotiva.

Una mamma contenitiva che restituisce un’angoscia bonificata mette il bambino in condizione di pensare. La formazione dei pensieri è qualcosa che nasce e si sviluppa attraverso il funzionamento dell’altro, quindi la capacità di pensare proviene dalla relazione: in altre parole Bion sostiene che la mentalizzazione sia possibile soltanto laddove vi sia relazione.

Quando si parla di pensiero, pensare, pensabilità non si fa riferimento a un’operazione meramente cognitiva e razionale, ma anche emozionale: il pensiero porta con sé un aspetto intrinsecamente emozionale, soltanto attraverso l’esperienza emotiva c’è crescita mentale.

La teoria del contenimento di Bion fornisce la possibilità di parlare del lavoro psicologico con i pazienti. Ciò di cui parla quest’autore fa riferimento a quella che noi chiamiamo esperienza riparatrice. L’autore sostiene che l’esperienza di essere compresi da un altro è un’esperienza di per sé bonificante e sanificante e che la salute mentale nasce proprio quando ci sentiamo compresi. Condivido pienamente questo pensiero, ritengo, infatti, che il primo passo sia proprio comprendere e accogliere la persona che ci chiede aiuto con un atteggiamento empatico e non giudicante. Come detto in precedenza, secondo l’autore, la relazione di aiuto psicologico e l’essenza del lavoro relazionale consistono nel saper ascoltare e comprendere, essere presenti e contenere aldilà delle competenze tecniche. Può accadere, infatti, che lo psicologo si rifugi nel tecnicismo e sposti la funzione di contenimento da se stesso agli strumenti operativi, dimenticando che non sono questi che curano, ma la relazione. Questo concetto mi richiama la frase di Charcot “la théorie c’est bon, mais ça n’empeche pas d’exister”, il quale sottolinea come la teoria sia un modello utile e importante, ma che non si possa mai prescindere dalla pratica. Sono in totale accordo con queste parole, penso che la teoria sia molto importante, ma non dobbiamo rifugiarci in essa, è importante fornire una relazione sana, accogliente ed empatica senza mai dimenticare che è l’individuo stesso il primo agente terapeutico.

L’obiettivo della Psicologia individuale è comprendere la variabile individuo. Adler sottolinea quanto sia fondamentale la comprensione di ciascun caso individuale nella sua specifica unità. Secondo l’autore la comprensione del paziente avviene mediante empatia e intuizione. Adler vede i sintomi come creazioni, come opere d’arte, per questo bisogna andare oltre le apparenze! Dietro a questi sintomi c’è qualcosa di più, qualcosa di personale e interamente individuale. Più comprendiamo la struttura della psiche, più vediamo come lo stesso sintomo, osservato in due soggetti diversi, non abbia mai un identico significato. Questo ci ricollega a Charcot, la teoria è molto importante e tutti noi psicologi dobbiamo avere una solida base teorica, ma ritengo anche che per fare questo lavoro ci voglia molta flessibilità e creatività, anche se due persone hanno sintomi e/o caratteristiche simili non è detto che ciò che va bene per una persona vada bene anche per l’altra.

Adler sostiene che la prima regola dello psicologo è conquistare la fiducia del paziente, mentre la seconda è di non preoccuparsi mai di aver successo (lo psicoterapeuta deve abbandonare ogni pensiero che riguarda se stesso). Poiché la sua è un’assunzione tardiva della funzione materna, lavorerà con una devozione pari alle necessità del paziente, il cui sentimento sociale trova la migliore possibilità di espressione nel rapporto con lo psicologo.

In precedenza ho evidenziato come sia la persona il primo agente terapeutico e dovremmo sempre considerare il trattamento un successo del paziente e non del terapeuta, quest’ultimo può individuare le modalità e il funzionamento di quello specifico individuo, ma sarà proprio l’individuo a modificare il suo modo di vivere.

In conclusione cito un proverbio inglese, tratto dal libro “La psicologia individuale di Alfred Adler” degli Ansbacher: “Si può condurre un cavallo fino all’acqua, ma non si può costringerlo a bere”.

Dott.ssa Marcella Boscolo
Psicologa, Specializzanda del 3° anno della Scuola Adleriana di Psicoterapia.

 

Source: RSS Istituto di Psicologia Individuale A.Adler

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