Riflessione sulla psicodiagnostica

Riflessione sulla psicodiagnostica

Confrontando il modo di operare del nostro paradigma, con gli altri, emerge la domanda: "la psicodiagnosi è necessaria?". Al riguardo sento opportuno introdurre una frase tratta dal PDM(2006), ai fini del trattamento, comprendere gli individui e il loro sviluppo può essere più importante che comprendere disturbi specifici o padroneggiare determinate tecniche. Essendo una frase tratta dal Manuale Diagnostico Psicodinamico, questa affermazione esprime una concezione della diagnosi e della psicopatologia condivisa da una comunità ampia, e ne precisa alcuni aspetti fondamentali: la diagnosi è finalizzata al trattamento e alla valutazione della psicopatologia, non è intesa come studio descrittivo e generalizzante di sindromi e disturbi né prescinde dalla comprensione dello sviluppo e dalla singolarità del paziente. La diagnosi consente di avere delle informazioni maggiori sul paziente e ci indica un percorso con delle caratteristiche, senza dimenticare che la realtà è dinamica, la persona è dinamica e la relazione con il paziente è dinamica. Se ci fermassimo alla mera diagnosi, saremo poco più che delle copie degli psichiatri e se ci fermassimo alla statistica saremo miopi, poiché non prenderemo in considerazione la variabile più importante del nostro lavoro, quella umana. Infatti, il cuore del nostro operato, risiede proprio nel saper utilizzare gli strumenti che portano alla conoscenza dell'altro, assieme all'altro, sapendo sostare nelle incertezze e nella dinamicità della relazione, che mai è uguale a se stessa. Senza mai dimenticare che l'obiettivo è il benessere del paziente. Infatti, la diagnosi ha dei tempi abbastanza delimitati, però se notiamo che il paziente non è pronto per riceverla, si può aspettare; tutto ciò ricade all'interno di un atteggiamento terapeutico, che per esserlo deve saper esistere in modo dinamico, per essere dinamico deve saper cogliere l'altro e costruire assieme all'altra persona una relazione, che si nutre e cresce di reciproci scambi. Quindi, al contrario del DSM, nel nostro lavoro partiamo dalla conoscenza del singolo paziente, cerchiamo dei collegamenti con una classe di pazienti, contemporaneamente tenendo a mente le caratteristiche del singolo. Fondamentale è mantenere uno spirito critico e autocritico. Inoltre, mi sembra che l’insegnamento di Freud e poi quello di Lacan ci guidino, rispetto alla diagnosi, più sulla “via del levare” che su quella “del porre”, il che significa compiere un esercizio di riduzione di fronte ad un “caso” ai suoi nodi cruciali. L'osservazione, la curiosità assieme al saper utilizzare in modo adeguato la testistica, permette al clinico di impostare il progetto terapeutico, guida flessibile per la costruzione, l'impostazione e l'incipit di una lavoro psicoterapeutico, mirato e specifico per quella determinata persona, unica ed irripetibile, come direbbe Adler. Tutto ciò seguirà all'interno della relazione, del pensare assieme, nel dialogo, nel confronto dei diversi significati di esperienze, nell'intreccio di due stili di vita. Grazie al confronto, alle emozioni nella relazione, al pensare un pensiero in due, con la mente e soprattutto con il cuore, si arriva al cambiamento. La fase della psicodiagnosi, inoltre, porta il mio pensiero a Bion, e al suo insegnamento relativo al saper sostare nell'incertezza, al saper tollerare la confusione; in quanto durante la scoperta psicodiagnostica della persona che ci troviamo davanti, proveremo confusione, che verrà superata per arrivare ad una più chiara conoscenza dell'altro. Nel nostro operato la fase psicodiagnostica viene divisa da quella psicoterapeutica, però non va mai dimenticato che la persona, con la relativa personalità, non si esaurisce solo nella diagnosi, in quanto potremmo avere dei parametri diagnostici, ma andando avanti con il percorso terapeutico o analitico scopriremo altre sfaccettature del paziente che potranno rendere il puzzle ancora più ampio, completo e magari attenuare o disconfermare alcune nostre ipotesi, per questo, citando il Pofessor Grandi “non dobbiamo mai dare per scontato l'altro, ma mantenere la mente aperta, con spirito autocritico, altrimenti rischieremo di ridurre la persona davanti a noi, al solo significato di paziente”. Personalmente, facendo riferimento alla mia esperienza, se mi trovassi in una relazione analitica in cui la descrizione della mia mente si fermasse alla diagnosi, mi sentirei privata di tutti i miei intrecci, di tutte le sfumature e complessità che creano la mia persona, il mio animo, che lo rendono unico, come il proprio animo è unico per ciascuno di noi. Il sostare nell'incertezza, quindi, può essere fastidioso, però ha anche il suo lato positivo, cioè darsi il tempo e dare il tempo per entrare nel mondo dell'altro e cercare di capirlo, all'interno di una relazione dinamica e flessibile, arrivando nella relazione senza pretendere di sapere già tutto, ma cercare di scoprirlo assieme al paziente, in quanto ogni paziente è a sé, ogni dolore è unico e ogni felicità si alimenta delle proprie cause.

Dott.ssa Elisa Menchini, Psicologa Specializzanda del 4° anno della Scuola Adleriana di Psicoterapia

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