Il disturbo di personalità antisociale

Il disturbo di personalità antisociale

Il DSM 5 descrive il disturbo antisociale come un modello costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, e si manifesta in almeno due delle seguenti aree: cognitività, affettività, funzionamento interpersonale o controllo degli impulsi (Criterio A). Questo modello costante risulta inflessibile e pervasivo in un ampio spettro di contesti personali e sociali (Criterio B), e determina disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti (Criterio C). Il quadro è stabile e di lunga durata, e l’esordio si può far risalire almeno all’adolescenza o alla prima età adulta (Criterio D) [Velotti, p.18].

Il disturbo antisociale è inserito all’interno del Cluster B dei disturbi di personalità assieme al disturbo Borderline, il disturbo Istrionico e il disturbo Narcisistico. Questi disturbi hanno in comune la tendenza ad avere modalità drammatiche, imprevedibili, teatrali ed emotive.

Per fare diagnosi di disturbo Antisociale di personalità occorre che sia presente un quadro pervasivo di inosservanza e violazione dei diritti degli altri, e che i sintomi si presentino sin dall’età di 15 anni.

I sintomi associati a tale disturbo sono diversi, e devono essere presenti almeno tre dei seguenti: l’incapacità di conformarsi alle regole sociali, disonestà, impulsività, irritabilità e aggressività, inosservanza della sicurezza propria e altrui, irresponsabilità e mancanza di rimorso.

La diagnosi di un soggetto di almeno 18 anni inoltre necessita la presenza di un disturbo della condotta nell’infanzia.

Tale definizione, di tipo descrittivo, permette di identificare il disturbo solo attraverso le condotte agite dall’individuo. Per tale ragione, mancando un’analisi degli aspetti interiori, all’interno di questa diagnosi possono coesistere un’ampia gamma di gravi disturbi di personalità che possono essere estremamente differenti tra loro, motivo per cui vi sono molti dibattiti tra gli studiosi.

In particolare, esiste una certa sovrapposizione con il costrutto di psicopatia. La psicopatia è caratterizzata da un quadro pervasivo di egocentrismo, impulsività, irresponsabilità, superficialità affettiva, incapacità di provare empatia, colpa o rimorso, e tendenza alla menzogna patologica e alla manipolazione. Tali caratteristiche non sfociano necessariamente in condotte devianti.

I disturbi di personalità si collocano all’interno dell’organizzazione Borderline; in particolare, secondo Kernberg, la personalità antisociale potrebbe essere letta come una sottoclasse della personalità narcisistica, caratterizzata da meccanismi di difesa primitivi quali l’onnipotenza, la scissione, l’identificazione proiettiva e il diniego.

Secondo l’autore infatti, il disturbo Narcisistico si colloca lungo un continuum di gravità, nel quale all’estremo più compromesso troviamo i soggetti tipicamente antisociali, incapaci di investire in qualsiasi tipo di relazione; a seguire si osserva la categoria del narcisismo maligno, caratterizzato da un certo sadismo egosintonico, ma nel quale la capacità di lealtà e di preoccupazione per gli altri rimane preservata; infine vi è il disturbo di personalità narcisistico propriamente detto, nel quale occasionalmente possono verificarsi in condotte antisociali.

Egli riteneva importante infatti, laddove fosse certa la diagnosi di disturbo narcisistico di personalità, indagare se e con quale gravità fossero presenti aspetti antisociali; gli elementi differenziali possono essere ricondotti nell’assenza o presenza, seppur minima, di una capacità di coinvolgersi in relazioni oggettuali disinteressate e di una dimensione morale.

Millon affermava come la differenza tra i due disturbi coinvolgesse la percezione di sé e del mondo; se il narcisista ostenta sicurezza e presunzione nell’ottenere ciò che desidera, la personalità antisociale presuppone l’opposto. Egli ritiene, a partire da prime esperienze di vita caratterizzate da maltrattamenti e sofferenza, che nulla può essere ottenuto senza innumerevoli sforzi e di poter fare affidamento unicamente su di sé.

I meccanismi di difesa prevalenti sia nell’antisociale che nel narcisista hanno quindi lo scopo di mantenere un senso grandioso del sé per nascondere un grande senso di inferiorità e indegnità.

L’eziologia del disturbo di personalità antisociale è sicuramente complessa e multifattoriale. In particolare, dagli studi emergono diversi fattori che possono andare a incidere sullo sviluppo della persona; sono state individuate alcune vulnerabilità individuali, e diversi fattori ambientali.

Si osserva infatti come nell’infanzia dei soggetti antisociali spesso siano presenti storie di maltrattamenti e trascuratezza.

Adler nei suoi lavori affronta il tema della criminalità e della sua eziologia; nelle sue riflessioni, nelle quali non si utilizza la definizione oggi usata in psicopatologia, si delineano aspetti che molto hanno in comune con il disturbo antisociale di personalità.

Secondo l’autore il funzionamento mentale del criminale è profondamente diverso da quello delle persone non devianti; egli infatti possiede una logica e un’intelligenza di tipo unicamente privato, nel quale non esiste spazio per un sentimento sociale. Da ciò consegue che il criminale sviluppi una concezione della vita distorta dagli interessi personali.

Secondo l’autore infatti, l’essere umano è naturalmente portato a sviluppare un sentimento sociale che lo aiuterà a integrarsi nel suo contesto; aspirazioni, obiettivi e desideri saranno influenzati da esso. Per Adler, dirigere la propria meta personale in un’ottica comunitaria significa rivolgersi verso il lato utile della vita. Per perseguirla, tuttavia, è necessario che la persona sia coraggiosa, e che riesca ad affrontare i problemi che la vita pone in ottica sociale e non meramente individuale.

Per tale ragione, il criminale manifesta condotte devianti poiché, essendo profondamente incapace di perseguire la propria meta personale, cerca vie più facili per ottenere ciò che desidera. Tale atteggiamento, mascherato da un comportamento coraggioso, poiché non curante dei pericoli e delle ripercussioni dei suoi gesti, nasconde una profonda insicurezza di fondo: per Adler il crimine è l’imitazione che il codardo tenta dell’eroismo [Ansbecher, p.466]. Il deviante tenta di risollevarsi dal senso di inferiorità rivolgendosi verso il lato non utile della vita, poiché incapace di far fronte ai compiti della vita.

Egli riteneva che i tratti principali della personalità criminale comparissero già nel corso nei primi anni di vita, nei quali il bambino ha commesso degli errori di valutazione di sé e del mondo che si sono consolidati durante la crescita. Tali valutazioni grandiose possono portare il bambino, in mancanza di conferme esterne, a farlo sentire trascurato. Gli episodi di vita verranno valutati in base alla propria convinzione, e da lì inizieranno le prime condotte devianti; in seguito tali esperienze verranno utilizzate come giustificazione del proprio atteggiamento, se necessario riadattandole per ricondurvele.

Adler prende in considerazione, oltre ai fattori individuali, anche quelli ambientali. Egli osservò come la madre, come primo legame emotivo, giochi un ruolo fondamentale nello sviluppo del sentimento sociale; se esclude il figlio da questo aspetto della vita, il bambino si sentirà onnipotente e non sarà in grado di elaborare le frustrazioni future. Egli ritiene inoltre importante per lo sviluppo di un buon sentimento sociale l’esperienza dell’accoglienza e dell’accudimento, e che di conseguenza i bambini abbandonati o trascurati possano essere maggiormente a rischio di sviluppi devianti.

Secondo l’autore, il deviante può essere di due tipi fondamentali; uno non ha fatto esperienza del sentimento sociale e quindi non ha potuto farlo suo, l’altro invece è stato un bambino viziato.

Quest’ultimo, non abituato a sopportare le frustrazioni della vita poiché non gli è mai stata data la possibilità di farlo, è cresciuto convinto che tutto gli sia dovuto, e per perseguire i suoi desideri può attuare condotte devianti.

In questa distinzione si osservano analogie con la differenza che Millon ha ipotizzato tra gli antisociali e i narcisisti, introdotta in precedenza.

Anche la situazione sociale ed economica gioca un ruolo importante nell’acquisizione del sentimento sociale: la povertà e la disparità economica porta a sviluppare rabbia e risentimento che rischiano di spingere la persona verso il lato non utile della vita. I pregiudizi sociali nei confronti di chi nasce in un contesto difficile sono un’ulteriore fattore di rischio.

Tuttavia, anche in un contesto di stabilità economica possono presentarsi fenomeni devianti, legati ad altri fattori di tipo culturale o storico.

Egli riteneva che la terapia individuale con questo tipo di personalità fosse poco efficace, e che invece potesse essere di maggiore aiuto una terapia di gruppo.

Il criminale interpreta ogni punizione come un segno di ostilità della società nei suoi confronti, e pertanto questa non può essere utilizzata per promuovere un cambiamento nella sua visione del mondo. Mancando il sentimento sociale, non è neanche possibile risvegliare in esso una capacità di cooperazione terapeutica. Per poterlo aiutare a modificare il suo punto di vista, occorre partire dai primissimi ricordi di vita, rintracciando in essi lo sviluppo del suo pensiero deviante. Svelandogli la ragione sottostante ai suoi gesti, bisogna aiutarlo ad essere coraggioso stimolando l’interesse per gli altri e la cooperazione.

Ciò che diviene fondamentale è soprattutto la prevenzione, che si esplica attraverso una società includente e attraverso l’accompagnamento alla crescita dei bambini con figure educative positive.

In conclusione, è interessante osservare come Adler avesse anticipato quanto sarebbe poi emerso dagli studi attuali sul disturbo Antisociale di personalità; la presenza di una causalità di tipo multifattoriale, che include sia aspetti individuali che ambientali, è importante da cogliere per avere una maggiore comprensione della persona che abbiamo di fronte.

Osservando questo tipo di disturbo inoltre, si evince l’importanza di una psicodiagnosi che non sia meramente descrittiva, ma che tenga conto della complessità di fronte alla sofferenza umana. Una diagnosi tridimensionale permette di avere un quadro più ricco, e di conseguenza può aiutarci a porre le basi per un trattamento più efficace.

Ad esempio, sarà diverso il trattamento da fare con un antisociale che è stato un bambino deprivato da uno che invece ha avuto un’educazione di tipo viziante.

Nella mia esperienza clinica, confrontandomi con la psicopatologia dello sviluppo, ho potuto osservare come le deprivazioni affettive nella prima infanzia siamo un fattore di grande rischio per lo sviluppo della personalità futura del bambino; i genitori di un bambino che seguo riportano come alla nascita la madre abbia sofferto di depressione post partum, e di come la separazione, avvenuta quando il bambino faceva ancora l’asilo, sia stata un momento molto difficile da elaborare.

Come affermato da Adler, è attraverso delle figure educative positive che è possibile aiutare il bambino ad affrontare le proprie frustrazione senza che il sentimento di inferiorità sia così forte da indirizzare l’individuo verso il lato non utile della vita. Per questa ragione ritengo che, soprattutto nell’infanzia e in particolare nelle situazioni di problematiche relative alla condotta, sia fondamentale iniziare un percorso con i genitori, al fine di accompagnarli nel percorso di crescita del figlio.

Bibliografia

Ansbacher, H. L., Ansbacher, R., R., La psicologia individuale di Alfred Adler; Il pensiero di Alfred Adler attraverso una selezione dei suoi scritti, PSYCHO, G. Martinelli & C. – Firenze, 1997.

Freilone, F., Psicodiagnosi e disturbi di personalità: Assessment clinico e forense, Fratelli Frilli editori, 2011.

Velotti, P. (a cura di), Comprendere il male; il disturbo antisociale di personalità, ed. Il Mulino, 2015.


Eloisa Berardi
Psicologa specializzanda del terzo anno Scuola Adleriana di Psicoterapia.

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