Le maschere dell’inconscio

Le maschere dell’inconscio

Le maschere dell’inconscio

Le maschere dell’inconscio

Nell’accezione comune il termine finzione è utilizzato come sinonimo per falsità, bugia e inganno. L’analisi etimologica di fingere, da cui deriva finzione, rimanda al plasmare, al significato di rappresentare una cosa sotto una forma, mettendone in luce un altro aspetto, quello positivo, per cui la finzione si configura come una modalità di plasmare, di dare forma alla realtà, di rappresentarla. È in questo senso che il concetto di finzione si pone come uno dei cardini del pensiero adleriano. Secondo Adler ogni individuo per potersi orientare nel caos della vita ha bisogno di crearsi delle finzioni, delle costruzioni soggettive e personali che esprimono l’opinione di sé e del mondo, agendo non solo a livello conscio, ma anche inconscio. In altri termini la finzione è la rappresentazione personale della realtà, è il vivere come se i pensieri, le emozioni e le percezioni venissero elaborati in modo soggettivo, attraverso cioè l’attribuzione di un significato personale. La finzione penetra intimamente l’anima ed è stella polare dell’agire umano. I modelli interpretativi delle finzioni, opportunamente elaborati dal sé creativo, sono capaci di adattare la percezione di sé e del mondo nella sua natura artificiosa, dando forma di obiettiva verità a credenze che sono dovute a un singolare disporsi dell’anima per effetto di intimi bisogni, di segrete tendenze, che si stabiliscono e seducono, senza che il soggetto pervenga con la conoscenza alla comprensione dell’essere e dei moti del proprio spirito. Le finzioni dovrebbe essere costrutti temporanei da abbandonare quando ritenuti non più efficaci. Alcune invece, si radicano nel comportamento traducendosi in ipotesi o addirittura in dogma. Appartengono prevalentemente all’infanzia, anche se la tendenza ad elaborarne permane per tutta la vita. Sono finzioni positive o vitali quelle capaci di armonizzare la percezione di sé stessi e del proprio rapporto con la vita; finzioni rafforzate quelle che producono l'inasprimento di un'erronea interpretazione della realtà, come avviene nel comportamento nevrotico. Il problema più importante che si impone per Adler di fronte ad un modo di vivere sia normale che patologico non è "a causa di che? Ma "per che?". È infatti scoprendo la meta che un uomo si è posto che si possono spiegare le sue azioni, per comprendere un uomo bisogna comprendere la sua meta, solo quando conosciamo la reale meta direttrice di una persona possiamo cercare di capire i suoi movimenti. La meta finale finzionale, creazione dell’individuo, in larga misura inconscia, rappresenta il principio di causalità interna e soggettiva degli eventi psicologici, elemento unificante della personalità con la funzione di orientamento nel mondo. Adler considera la finzione, strumento, costrutto irreale ma di utilità pratica, propria del pensiero normale. La finzione rafforzata, tipica del nevrotico e propria dello psicotico, è la trasformazione dogmatica della finzione. Se la flessibilità nell’uso delle finzioni e il contatto con la realtà rappresentano forme di pensiero normale, la patologia risulta essere caratterizzata da rigidità e maggiore lontananza dalla realtà. Il nevrotico si aggrappa con tutte le sue forze alla finzione, la materializza, le attribuisce un vero valore e cerca di concretizzarla. Nelle psicosi la finzione viene ritenuta una verità rivelata. Il nevrotico è afflitto da un costante sentimento d’insicurezza e dalla necessità di punti di orientamento che diano sicurezza, perciò il pensiero analogico, cioè i tentativi compiuti per giungere a una soluzione dei problemi avvalendosi della loro analogia con le esperienze precedenti, è in lui più evidente di quanto non lo sia nelle personalità sane. Il nevrotico si sostiene con tale forza alle proprie finzioni per la mancanza di sicurezza in sé, da non riuscire a esaminare soluzioni alternative. Le creazioni finzionali della mente non sono sempre immagini fantasiose, ma un mezzo indispensabile per capire, ingabbiare soggettivamente la realtà nella quale si deve agire. In effetti, la psiche si serve di facoltà quali la percezione, il presentimento, l’anticipazione, la memoria, l’intenzionalità, l’attenzione, la fantasia per racchiudere in schemi fissi e ben delineati quanto c’è di più fluido, inarrestabile e caotico nel mondo. Il bambino, disorientato di fronte agli ostacoli e ai limiti che gli presenta il labirinto della vita, posto di fronte all’abisso che lo separa dal futuro, impara a muovere i primi passi, costruendosi e usando le stampelle con le quali possa reggersi, le finzioni. Le produzioni finzionali che ne derivano avranno lo scopo di compensare le carenze iniziali. Le finzioni personali si collocheranno nel chiuso della logica privata, quelle collettive e condivisibili anche dagli altri arricchiranno la logica comune. La finzione rafforzata è una deviazione per eccesso dell’abituale fenomeno del come se, che riveste un carattere patologico e aumenta, in vario grado e con diverse modalità, la distanza dell’individuo dall’ambiente e comporta un’alterazione del giudizio. Un nevrotico elabora finzioni rafforzate e così pure lo psicotico ma, rispettivamente nell’uno e nell’altro, esistono notevoli differenze nel livello di autocritica. Le fobie, nel cui ambito si osservano le finzioni più drastiche dei nevrotici, rappresentano il massimo rafforzamento del come se. Il fobico può provare angoscia ipotizzando eventi decisamente improbabili, che comunque non possono essere esclusi. In questo caso la logica comune non è abolita, ma solo parzialmente intaccata. Il delirante, invece crede fermamente nelle sue idee assurde, che diventano una realtà soggettiva, quando il delirio è attivo. Nelle sindromi di confine fra nevrosi e psicosi, le situazioni borderline, la linea di demarcazione che permette di avvertire la presenza o l’assenza dell’autocritica è invece più sfumata. Le finzioni, come schemi d’appercezione mentali soggettivi, inconsci, finalisticamente orientati, sono il punto di partenza da cui prende slancio l’ideale di personalità, il piano di vita, la meta finale autocreata sotto la spinta compensatoria del sentimento d’inferiorità nel costante tentativo di superare i propri limiti. È l’Ideale di personalità, la meta autocreata, il piano di vita che suggeriscono ai dinamismi psichici, ai processi mnemonici, percettivi, immaginativi, ai tratti di carattere, ai costrutti difensivi, alle emozioni, ai sentimenti quell’impronta personologica, costante, unica e irripetibile che definiamo stile di vita, di cui siamo noi i creatori. Il coraggio costituisce una spinta creativa verso una nuova condizione psichica che non deriva solamente dall’aumento di fiducia nell’utilizzo di competenze individuali già acquisite (che è funzione dell’aspirazione alla supremazia), ma comprende l’attitudine a sperimentare il cambiamento, a volgere uno sguardo al di là, verso un altro tipo di prospettiva (che è funzione invece del sentimento sociale). Proprio per questo, il processo di incoraggiamento in terapia non può prescindere dal fatto che il paziente sperimenti la cooperazione con il terapeuta. L’incoraggiamento è un processo attivo e non consiste in un atteggiamento genericamente amorevole ma piuttosto nella volontà di rispondere alla richiesta di aiuto di un’altra persona cercando di comprenderne le emozioni, i pensieri e le espressioni simboliche più significative. Questo aspetto si lega all’importanza fondamentale rivestita dalla relazione tra paziente e terapeuta, al bisogno del paziente di sentirsi accolto e ascoltato con attenzione, interesse, curiosità, senza essere giudicato. Alla fiducia, alla percezione dello spazio fisico ed emotivo dell'incontro con il terapeuta come un contesto sicuro dove poter esprimere anche i contenuti più delicati della propria sofferenza. Alle capacità relazionali che il terapeuta deve possedere per gestire l'incontro con l'altro e la fatica emotiva che lo accompagna. Alla capacità di sentire, di essere presente nella relazione, di saper entrare in contatto con il paziente comprendendone le richieste, i bisogni, il punto di vista, che sono unici e specifici per ogni paziente, e Adler lo sapeva bene. Sia che si trattasse di bambini in una consultazione pubblica o di adulti nel suo studio privato, Adler sapeva sempre mettersi allo stesso livello del paziente. Sia che avesse davanti un criminale, un nevrotico o un tossicomane sapeva sempre identificarsi con lui, sostenendo che se avesse avuto la stessa concezione erronea della vita di quell'uomo, si sarebbe comportato esattamente come lui. I più grandi malfattori non erano mai considerati come rifiuti dell'umanità ma come uomini che avevano sbagliato e percorso false strade perché era stati mal guidati dalla loro concezione sbagliata della vita. Lo scopo di Adler era far loro scoprire il proprio errore e condurli così sul retto cammino, con la sua pazienza, il suo ottimismo, la sua fede nella bontà dell'uomo. Il successo era molto dovuto al fatto che anche le persone più isolate sentivano che si trattava di un uomo che cercava con tutte le forze di aiutarli, di cui si potevano fidare, un uomo di cuore. “Il segreto del suo successo era che egli vedeva con gli occhi degli altri, udiva con gli orecchi degli altri, sentiva con il cuore degli altri” (Orgler, 1970, p.10).

Dott.ssa Sabrina Di Perna
Psicologa, Specializzanda del 3° anno della Scuola Adleriana di Psicoterapia.

Source: RSS Istituto di Psicologia Individuale A.Adler

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