Riflessioni di psicoterapia dell’età evolutiva

Riflessioni di psicoterapia dell’età evolutiva

La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco,

quella del paziente e quella del terapeuta.

La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme.

D.Winnicott, Gioco e realtà, p.79

La dott.ssa Bastianini afferma: 'il funzionamento del bambino non si esaurisce nel bambino', e anche il lavoro terapeutico non è fatto solo del lavoro con il bambino.

Più complessa, rispetto al lavoro con l'adulto, è la scena terapeutica in età evolutiva, nella quale deve necessariamente essere compreso il lavoro con i genitori del bambino che si incontra: solo nella relazione con le figure di riferimento lo sviluppo del bambino è comprensibile e si può lavorare per il suo benessere. Lavorare in psicologia evolutiva vuol dire quindi lavorare in rete, con almeno un altro professionista che si prenda cura dei caregivers e con il quale condurre un lavoro in parallelo, al centro del quale si mette il benessere del minore.

Quando incontriamo un genitore, nelle prime fasi di conoscenza, è necessario avere in mente una teoria di riferimento che permetta di comprendere lo sviluppo del bambino in un percorso evolutivo e il tipo di relazione che si è instaurata tra genitori e bambino, poiché è proprio nella relazione che il bambino forma la sua personalità.

Diventa quindi fondamentale, in ottica adleriana, ma anche di tutte le teorie relazionali, all'interno delle quali possiamo collocarci, comprendere e conoscere l'incontro e l'instaurarsi della relazione genitore-bambino. Scrive infatti Adler 'dalla madre [..] il bambino riceve i primi impulsi per orientarsi alla vita, per concepire se stesso come una parte del tutto, per cercare il giusto contatto con i propri simili' (Il senso della vita, p 37). E ancora dagli appunti della drssa Bastianini possiamo leggere 'in accordo con Winnicott, Bion, Stern [..] l'interazione tra la mente del bambino e la mente della madre e/o dei suoi partner significativi è focalizzata come condizione e possibilità di sviluppo' per il bambino, in una relazione che si connota di reciprocità, di riflessività e di responsività, come teorizza Fonagy. Gli esperimenti sul social referencing (il fenomeno del riferimento sociale) evidenziano come il bambino dai 9 ai 18 mesi utilizzi l'adulto come guida e informatore affettivo rispetto agli stimoli sconosciuti o ambigui che vive. Emde scrive che di fronte a stimoli incerti il bambino si rivolge alla madre per sintonizzarsi con la sua reazione emotiva per interpretare a sua volta lui stesso l'ambiente e definire così il proprio comportamento. Secondo Trevarthen la madre, attraverso il suo orientamento verso il bambino, attraverso il contatto fisico fa emergere le potenzialità comunicative del bambino e contribuisce alla sua integrazione (Crugnola, Il bambino e le sue relazioni, Cortina). Ecco che quindi diventa fondamentale tener conto, in un percorso terapeutico dell'età evolutiva, della relazione con i caregivers e dei caregivers stessi, per poter comprendere il mondo interno del bambino e offrirgli i giusti strumenti per poter accogliere e superare la sua sofferenza.

Il terapeuta deve essere consapevole che è nella relazione che si cresce e che nel setting terapeutico lui sarà l'interlocutore di crescita. Attraverso quale strumento si può stimolare la crescita psicologica del bambino?

Il gioco rappresenta una risposta originale a bisogni non soddisfatti

Baumgartner, Il gioco dei bambini, p18

Il gioco è lo strumento per eccellenza per poter entrare in relazione con un bambino e con il suo mondo interno, poiché è una predisposizione naturale per il bambino e gli permette, fin da piccolo, di sperimentarsi con gli altri nel mondo.

Attraverso il gioco, il bambino si svincola dalle costrizioni situazionali e sperimenta il suo pensiero, le sue idee, le sue conoscenze. Il gioco diventa una fase transitoria in cui i significati sono sperimentabili in modo separato dal reale: per esempio nel gioco si può sperimentare l'aggressività senza che questa produca effetti reali.

Winnicott, infatti, definisce l'area del gioco come quello spazio-temporale di esperienza intermedia che permette appunto al bambino di conciliare il suo mondo interno con i vincoli della realtà esterna. Secondo Bateson il gioco rappresenta così anche una palestra per l'esercizio delle abilità metacomunicative del bambino, che si sviluppano per esempio nel gioco di finzione in cui il bambino crea un mondo fittizio all'interno del quale tutte le comunicazioni prendono significato nella cornice del gioco. Il gioco di finzione permette al bambino di pensare la realtà in una tregua dal faticoso e doloroso processo di distinzione tra sé, i propri desideri, la realtà e le sue frustrazioni, e, di sperimentare la sua creatività.

Questo tipo di gioco appena descritto, richiama i concetti di Sé creativo e di finzioni adleriani.

Il Sé creativo permette all'individuo di sperimentare costantemente nuove soluzioni per superare le difficoltà e soddisfare i propri bisogni psichici, plasmando lo stile di vita dell'individuo secondo la meta individuata, conseguita attraverso le finzioni attraverso cui l'individuo elabora la percezione di sé e del mondo. Questo sembra proprio la diretta evoluzione delle competenze che il bambino sperimenta nel gioco.

Scrive il dott. Vidotto che 'tutto il trattamento dei bambini emotivamente disturbati [..] si svolge su un piano di drammatizzazione ludica, in cui acquista particolarissimo significato la dimensione dell'immaginario, del fantastico, del fiabesco. [..] Questo permette al bambino di esprimere gradualmente il suo tormentato mondo interno e permette al terapeuta di calarsi nel mondo del paziente e accoglierne i vissuti. Il risultato finale sarà [..] una ristrutturazione dell'intera situazione interna' (Fiaba e fiabesco nel trattamento psicoterapico infantile, atti del convegno La fiaba, Torino, 1986).

Bastianini e Vidotto inoltre hanno scritto (in Proposta di un modello operativo ad orientamento adleriano, 1984) che la drammatizzazione ludica, anche se non accompagnata sempre da interpretazioni verbali, può produrre cambiamenti anche profondi attraverso l'agire della drammatizzazione stessa nella relazione terapeutica. Il terapeuta diventa attore della fantasia del bambino e recita il ruolo che gli affida il paziente, durante il trattamento poi potrà diventare rispecchiamento delle caratteristiche e degli atteggiamenti del bambino facendo emergere vissuti relativi all'ambiente affettivo e permettendo la presa di coscienza delle finzioni in atto, inoltre potrà gestire lo scenario del gioco predisponendo il materiale in modo più o meno evocativo di tensioni o conflitti. Questo permetterà poi in un secondo momento magari l'arrivo a una verbalizzazione di quanto si è giocato, rispettando i tempi e i bisogni del bambino che però ha potuto nel gioco esperire comprensione e accoglienza.

Il gioco permette anche, attraverso la propria presenza corporea di aiutare il bambino a giocare quando la sua sofferenza non gli permette di farlo. Il lavoro della drammatizzazione diventa quindi il livello evoluto della terapia, in un percorso che parte dal gioco di movimento, gioco corporeo e emozionale che precede il simbolismo e il gioco verbale.

Qual è quindi l'evoluzione del gioco nello sviluppo del bambino?

Stern teorizza, nel primo semestre di vita del bambino, i primi momenti ludici (periods of play) nelle prime interazioni visive e tattili nella relazione con il caregiver, interazioni con una cadenza ripetitiva e varia di elementi in una sinfonia di azioni reciproche i due. Sono giochi di stimolazione tattile o motoria, di stimolazione percettiva o d’imitazione vocale e gestuale.

Successivamente il bambino divide la sua attenzione tra il partner e un oggetto, in un gioco che inizia a organizzarsi secondo ruoli e regole. Bruner si riferisce a questo come primo gioco sociale, per esempio il gioco del cucù, il gioco del gettare per terra, il gioco dell'indicare, il gioco del costruire e del distruggere.

Il gioco cambia ulteriormente con lo sviluppo del linguaggio e lo sviluppo motorio, per cui aumentano i gesti comunicativi e intenzionali di condivisione dell'attenzione e la ricerca del partner di gioco. Siamo così agli esordi del gioco simbolico caratterizzato dall'uso degli oggetti inanimati come se fossero animati; dall'interpretazione delle scene di vita quotidiana anche in assenza degli oggetti necessari (per esempio bere il latte dalla tazza vuota); dall'interesse del gioco e non del fine dell'azione stessa (travestirsi per uscire senza poi effettivamente uscire); dalla sostituzione e l'uso degli oggetti a prescindere dal loro reale utilizzo (una conchiglia che diventa un telefono); dall'uso della mimica facciale e di altri comportamenti a seconda della scena giocata.

Nel corso del secondo anno di vita il gioco simbolico si svilupperà ulteriormente e si potrà osservare una maggiore coerenza sequenziale delle azioni con l'uso espressivo del dialogo e della narrazione del gioco stesso. Dal secondo anno di vita fino al terzo, le sequenze di gioco si allungheranno e saranno sempre più caratterizzate da tematiche tratte dalla quotidianità vissuta dal bambino

Dal terzo anno in poi i temi del gioco simbolico non dipenderanno più dalla quotidianità esperita, ma faranno il loro ingresso i giochi di fantasia, diversi dal gioco di finzione per i suoi contenuti, per la partecipazione sociale e per la presenza di regole. Il gioco viene pianificato prima della sua esecuzione e nella sua struttura saranno riconoscibili ruoli, personaggi e trame, condivisi dai bambini che partecipano al gioco. Questo tipo di gioco ha il suo massimo sviluppo nell'età scolare.

Ecco perciò che diventa importante avere una teoria dello sviluppo di riferimento, per poter offrire un gioco che rispecchi il grado di sviluppo del bambino e che riattivi il suo percorso di crescita.

Tutti i grandi sono stati bambini una volta.

(Ma pochi di essi se ne ricordano).
Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe

Dott.ssa Deborah Concas
Psicologa Specializzanda del 3° anno Scuola Adleriana di Psicoterapia.

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