L’ INTERSOGGETTIVITA’

L’ INTERSOGGETTIVITA’

L’ INTERSOGGETTIVITA’

L’ INTERSOGGETTIVITA’

Con il termine intersoggettività si intende la comunione delle soggettività che rende possibile un mondo oggettivo in quanto prodotto da convenzioni adottate da tutti.

Tale concetto è polivalente e viene utilizzato sia in filosofia che in psicologia: si intende, a livello generale, la condivisione di stati soggettivi da parte di due o più persone.

L’intersoggettività nel pensiero filosofico

Uno dei pensatori che trattò in senso specifico il tema dell’intersoggettività fu Edmund Husserl, filosofo e matematico austriaco, fondatore della fenomenologia. La sua preoccupazione principale, nello studio della mente umana e del modo in cui più menti si relazionano tra loro, era quella di evitare una caduta dell’Ego trascendentale nel solipsismo. La soluzione, secondo il filosofo, consisteva essenzialmente nell’ipotizzare un rapporto di empatia fra i diversi Ego, grazie al quale l’esperienza vissuta del singolo potesse diventare un’esperienza comune e aprire la strada verso la conoscenza delle essenze che, in quanto tali, trascendono la sfera della mera soggettività. Ogni soggetto, quindi, implicando l’esistenza dell’Altro, porta già in sé il deposito di una tradizione intersoggettiva che ha carattere storico e permette ad ognuno di noi di vivere secondo le esperienze comuni. Tutti gli oggetti dati nell’esperienza quotidiana (tavoli, alberi...), perciò, non stanno semplicemente nel mondo, ma sono sempre e costantemente in relazione a un qualche “Ego” che ne faccia l'esperienza.

Husserl si premurava di notare che l’Io ha come carattere costitutivo quello dell’intersoggettività. Io, infatti, esperisco un mondo che è per tutti ed i cui oggetti sono disponibili a tutti. Si dilegua, così, il solipsismo, ma rimane il fatto che tutto ciò che è per me, compresi gli altri soggetti, può attingere il suo senso esclusivamente dalla mia sfera di coscienza.

L’intersoggettività nel pensiero psicologico

Intono al 1940-‘50, Harry Stack Sullivan, psichiatra e psicoanalista statunitense, ideatore dell’approccio interpersonale, pone come assunto di base il principio secondo cui la mente del bimbo si sviluppa in un processo relazionale, che richiede l’interazione con le menti degli altri, nello specifico quella della madre o del suo caregiver. Su questo assunto, egli afferma che l’unità di studio minima, a differenza di quanto sostenuto dal padre fondatore della psicoanalisi, non debba essere tanto l’intrapsichico, quanto più la situazione interpersonale, giacché l’esistenza del bambino non è concepibile al di fuori della diade madre-bambino.

Tra le implicazioni più radicali del concetto di campo interpersonale elaborato da Sullivan, c’è la nozione per la quale la mente non è un qualcosa che ognuno di noi si porta in giro nella testa, con la possibilità di controllare quanto rivelare di essa o nascondere agli altri. Essa è, al contrario, trans -personale e contestuale ed emerge nell’interazione con le altre menti. Non importa quanto l’analista si sforzi di essere un semplice osservatore neutrale, perché egli è anche e inevitabilmente un partecipante, perciò diviene un soggetto attivo partecipante della relazione analitica.

Negli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, la corrente statunitense definita “psicoanalisi intersoggettiva” ha sostituito, in una “rivoluzione relazionale” iniziata intorno al 1970-‘80, le teorizzazioni dell'esperienza psicoanalitica che facevano perno sul concetto di "pulsione" con un nuovo paradigma che fa, invece, perno su quello di "relazione".

Le scuole di pensiero che tracciano le linee del paradigma intersoggettivo si sviluppano, per lo più, negli Stati Uniti con Stephen Mitchell, Robert Storolow, James Fosshage, George Atwood, sulle tracce della riflessione di Heinz Kohut e del concetto di empatia.

Per questi autori, Storolow in particolare, l’essere umano è pensabile soltanto in situazioni relazionali: con questo assunto, si afferma la radicale contestualità dell’essere, poiché la teoria dell’intersoggettività è una teoria di campo o sistemica, in quanto mira a comprendere i fenomeni psicologici non come prodotti da meccanismi intrapsichici isolati, ma come formati nell'incontro di soggettività in interazione. Viene accusata, in questo modo, la psicoanalisi tradizionale di aver descritto i fenomeni psichici secondo il mito della “mente isolata” di derivazione cartesiana, che attribuisce all'individuo un'esistenza separata dal mondo della natura fisica e dei legami sociali. La filosofia di Cartesio, infatti, divideva il mondo soggettivo in una regione interna e una esterna, separava sia la mente dal corpo, che la cognizione dagli affetti, reificava e assolutizzava le divisioni che ne risultavano e dipingeva la mente come un’entità oggettiva, una “cosa pensante” che ha un interno con dei contenuti e che guarda fuori su un mondo esterno da cui è essenzialmente estraniata. Tale mito ha determinato, nella psicoanalisi classica, l’idea che l’esperienza nasca esclusivamente dall’interno, sia intrapsichica, secondo le leggi delle forze e delle pulsioni psichiche. Verrebbe, così, negata non solo la dipendenza dall’ambiente, ma anche la stessa soggettività sarebbe positivisticamente ridotta a mero oggetto di conoscenza, a qualcosa di impersonale.

All’opposto, Storolow definisce la relazione analitica come incontro ed intersezione di due soggettività, così che la psicoanalisi diviene “psicoanalisi intersoggettiva”.

In una prospettiva intersoggettiva, non si può non fare cenno al costrutto di mentalizzazione, che ha allargato gli orizzonti dello studio delle relazioni umane ed ha sviluppato un modello basato sulla co-costruzione della mente del bambino e della realtà intersoggettiva, appunto, che costituisce l’esperienza che egli vive.

Il vero precursore del concetto di mentalizzazione è Wilfred Bion, la cui teoria si basa principalmente sulla nascita del pensiero e sul funzionamento mentale. Secondo lo psicoanalista, il pensiero nasce nel momento in cui il bambino deve affrontare l’assenza dell’oggetto; in tali circostanze, egli sperimenta impressioni sensoriali (i cosiddetti Elementi Beta), che, grazie alla Funzione Alfa (una funzione simbolica dell’Io), vengono connessi e resi, perciò, pensabili. La Funzione Alfa viene svolta dalla madre (o dalla figura di attaccamento) che, attraverso buona capacità di rêverie, restituisce al bambino un qualcosa che non deve essere espulso, ma può essere mentalizzato, perciò la buona madre restituisce al bimbo oggetti pensabili e gli insegna a pensare.

Successivamente, Peter Fonagy e collaboratori – in particolare Mary Target – hanno ampliato gli studi sulla teoria della mente, portando l’innovativo concetto di “mentalizzazione”, inteso come processo che permette di interpretare se stessi e gli altri (ossia il comportamento proprio e altrui) in termini di stati mentali. Mentalizzare, in questa concezione, significa concepire se stessi e gli altri come dotati di una mente, quindi come persone che agiscono in base a sentimenti, credenze, desideri e intenzioni, dunque soggetti attivi. In altre parole, il concetto di mentalizzazione viene inteso come capacità di leggere gli stati mentali, propri o altrui, che stanno dietro a uno specifico comportamento. Secondo gli autori, un Sé riflessivo capace di nominare, identificare e modulare le emozioni si sviluppa all’interno di relazioni di attaccamento sicure.

La mentalizzazione è una capacità cognitiva profondamente influenzata da esperienze di natura affettiva e, nello specifico, dalla precocissima relazione affettiva e regolativa tra il bambino e la sua figura di attaccamento. Il concetto di “funzione riflessiva”, introdotto da Fonagy e Target e dagli studiosi dell’attaccamento Miriam e Howard Steele, rappresenta, invece, la traduzione in termini operativi, del concetto di mentalizzazione, in quanto si riferisce alla misurazione del mentalizzare.

I termini di mentalizzazione e funzione riflessiva si riferiscono alla fondamentale capacità umana che si sviluppa a partire dalle precocissime esperienze di attaccamento e che deriva dalla capacità materna di rappresentarsi la mente del bambino e dall’interiorizzazione, da parte di quest’ultimo, di questa rappresentazione che lo riguarda in quanto essere mentalizzante.

L’intersoggettività nella relazione analista-paziente

 

"Se uno, alla fine di una terapia,

interroga i pazienti a proposito del processo,

che cosa ricorderanno questi pazienti?

Mai le idee: è sempre la relazione."

(Irvin Yalom)

La psicoanalisi interpersonale ha da sempre costituito l’ambito teorico più incline a considerare l’ambiente, le relazioni e gli altri come i costituenti della vita psichica umana. Il clinico, in questa accezione, viene considerato come un osservatore esperto e partecipe delle dinamiche intrapsichiche e, soprattutto, interpersonali del paziente, e in costante opera di disvelamento e ridefinizione degli elementi fantastici-immaginari e di quelli contingenti-reali che il paziente mette in scena nei suoi rapporti con gli altri.

Nel concetto di intersoggettività, l'inconscio è relazionale, il che significa che nasce nella relazione, è un prodotto della relazione e rimanda costantemente alla relazione con l’Altro.

L'inconscio è essenzialmente rivolto alla comprensione della realtà, intesa in senso complesso, ossia anche a quelle parti della realtà che spesso non sono evidenti, ma che risultano determinanti. Perciò, inconsciamente, gestiamo la quantità di realtà che ci è tollerabile, non di più, poiché spesso siamo portati a escludere o dissociare, in modo difensivo, ciò che non riusciamo ad accettare. Da ciò consegue che influenziamo quello che accade intorno a noi e dentro di noi, poiché ci muoviamo in uno spazio composto di affetti e relazioni insieme ad altre persone, attraverso vissuti, pensieri, emozioni, sentimenti, fantasie, aspettative e comportamenti.

Quante persone ci sono, dunque, nella stanza d’analisi? Nel modello freudiano e in quello kleiniano, l’attore unico e protagonista, nella relazione analitica, era il paziente. Il terapeuta era uno schermo neutro, utilizzato dal paziente per proiettare contenuti inconsci rimossi e con il solo compito di interpretare al momento opportuno le dinamiche transferali per renderle consce ed offrirle al paziente.

Nel modello relazionale descritto sopra, che ha come radice storica la matrice intersoggettiva, invece, i protagonisti diventano due: sia il paziente che l’analista co-costruiscono il setting relazionale influenzandosi vicendevolmente a livello razionale e, soprattutto, a livello emotivo ed inconscio.

Il cambiamento che si verifica nei pensieri, nelle emozioni e nel comportamento del paziente è dato dall’attenzione alla relazione autentica, co-costruita e partecipata, che si potrebbe esprimere in questa frase: “io sento che tu senti che io sento”. È la condivisione emotiva, che passa dal riconoscimento dello stato mentale dell’altro come Altro da Sé, non confuso con ciò che è un mio prodotto mentale.

L'analista deve porsi in un atteggiamento di indagine empatica continuativa, ossia una continua riflessione sulla propria soggettività e su come questa stia, in un dato momento, influenzando la soggettività del paziente e viceversa.

Come afferma Grandi (Amore e Psyche. Percorsi di psicoterapia Individual-psicologica, Effatà Editrice, Torino, 2016), l’uomo è relazione, a tutti i livelli, e la comprensione che deve avvenire nella stanza di analisi è comprensione della soggettività relativa ai vari sentimenti del paziente inclusi nella sua storia di vita personale. La relazione intima, profonda e dinamica che si instaurerà permetterà il superamento dell’appagamento pulsionale con una sana relazione oggettuale, che permetterà la rivisitazione degli avvenimenti, traumatici e non, del paziente, in un’ottica interpersonale ed intersoggettiva, ossia in cui vi sia condivisione degli stati mentali.

Se, quindi, è all'interno di una relazione individualizzata che la mente si ristruttura, allora è necessario lavorare nella costruzione dell'intersoggettività, cioè dei meccanismi interpersonali di auto-regolazione, che si mettono in gioco attraverso un rapporto stimolante e supportivo, espressamente adattato nel tempo.

Condividere empaticamente e autenticamente il luogo e il tempo della seduta vuole dire, secondo tale prospettiva, condividere un contesto psicologico intersoggettivo che rinforza o, al contrario, mette in discussione, in un’ottica critica (nell’ottica etimologica di derivazione greca di crísis, crisi, intesa come separazione, scelta, risoluzione) aspetti importanti del nostro modo di stare al mondo, sia nel rapporto con l'altro, sia nel rapporto con noi stessi. La relazione è, prima di tutto, un’interrelazione, poiché non indica solo il modo con cui il soggetto forma i suoi oggetti, ma anche come questi agiscono a loro volta su di lui, indica una relazione reciproca. Al centro di questa definizione abbiamo, quindi, il concetto di reciprocità. Il terapeuta deve essere dentro la relazione terapeutica e cambierà, o addirittura ne verrà trasformato, insieme al proprio paziente.

La base di tale concezione è l’empatia, che necessita della componente di auto-consapevolezza che il proprio stato emotivo sia causato da quello dell’Altro evitando la confusione dell’origine dell’emozione (del paziente vs del terapeuta). Per far sì che ciò accada, la persona che empatizza necessita di una teoria della mente che discrimini l’esperienza propria relativa a quell’emozione con quella della persona che sta osservando nel suo lavoro terapeutico.

Ma cosa vuol dire, davvero, per chi fa il nostro mestiere, lavorare in una prospettiva instersoggettiva? Significa incontrare l’Altro, ricordare sempre che le nostre menti comunicano e si muovono in una dinamicità che cerca di operare in un concerto di contenuti e sovrastrutture, il che diventa un fondamentale agente terapeutico. Se è proprio la relazione il principale strumento che terapeuti e analisti hanno per accedere all’Altro ed ai suoi contenuti profondi, spesso inconsci, va da sé che a tale strumento, come ad ogni altro strumento di lavoro, va costantemente operata manutenzione, attraverso un continuo lavoro di analisi personale e di intervisione, al fine di renderlo il più possibile atto all’incontro. Spesso paragono noi stessi a un computer: noi siamo il nostro computer, il nostro strumento di lavoro principale. Come si mantiene operativo ed efficace un computer? Attraverso continui aggiornamenti, backup, installando un buon antivirus ed eliminando spam. Non è forse ciò che realizziamo anche noi nel nostro continuo e costante lavoro di formazione? Non siamo forse anche noi uno strumento che va ininterrottamente affinato e levigato al fine di diventare un buon contenitore di emozioni e pensieri altrui?

Dott.ssa Angelini Melissa
Psicologa, Psicoterapeuta

Source: RSS Istituto di Psicologia Individuale A.Adler

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