Il Progetto Terapeutico: riflessioni metodologiche

Il Progetto Terapeutico: riflessioni metodologiche

Il Progetto Terapeutico: riflessioni metodologiche

Il Progetto Terapeutico: riflessioni metodologiche

La psicoterapia è un intervento clinico che si serve di un modello teorico di riferimento, una teoria clinica della personalità e dell’evoluzione della persona. “Persona”, non individuo, come spiega e distingue il Prof. Grandi nel libro “Amore e Psyche”.

Infatti, “la persona si esprime nelle sue operazioni e proprietà e dona di sé una manifestazione che la distingue dalle altre della stessa specie”. Se pensiamo ad un individuo ci riferiamo alla sua espressione; quando parliamo di persona, invece, parliamo di manifestazione.

Com’è possibile organizzare questa “manifestazione”, e la sua complessità, che ci viene portata in seduta dai nostri pazienti? Quali strumenti utilizzare? E come individuare, di volta in volta, gli obiettivi, le strategie di intervento, le azioni, le aree focali sulle quali basare, nelle diverse fasi di un percorso di psicoterapia, il lavoro terapeutico?

In tal senso il progetto terapeutico costituisce un valido e indispensabile strumento di lavoro terapeutico.

Si proverà qui di seguito a formulare un progetto terapeutico “ideale” per un paziente conosciuto durante il percorso di tirocinio nei servizi di età evolutiva, provando a riflettere su quali obiettivi sono stati raggiunti e quali aspetti terapeutici potevano essere migliorati rispetto al confronto con il progetto terapeutico.

Il paziente in questione è un bambino di 7 anni, visto in colloqui di sostegno per circa 2 anni.

Esemplificazione clinica

Su invio del Servizio di Neuropsichiatria Infantile viene richiesta l’attivazione di un percorso di psicodiagnosi; motivo della richiesta è la difficoltà nel raggiungimento delle autonomie fisiologiche (permane attualmente l’utilizzo quotidiano del pannolino), e la manipolazione frequente di lunghi oggetti nelle mani, tra i quali cannucce e fili d’erba. I genitori sono attualmente separati e la madre definisce il padre del bambino come una figura quasi del tutto assente. L’invio al servizio di neuropsichiatria era stato già effettuato dal medico pediatra per una diagnosi di “ritardo nell’acquisizione di autonomie”. La raccolta delle informazioni anamnestiche e della storia familiare viene effettuata attraverso colloqui.

Negli ultimi mesi il bambino viene spesso portato al pronto soccorso a causa della eccessiva e prolungata ritenzione delle feci, tale da richiedere l’aiuto sanitario.

Ad oggi il bambino ha un’alimentazione scarsa e chiede ancora di essere imboccato.

La sua attenzione e la sua curiosità attualmente sono rivolte agli ascensori, alle “catastrofi”, ai terremoti, ai black-out.

La psicodiagnosi è stata eseguita attraverso colloqui psicologici e Test quali CAT, carta-matita, Favole della Duss.

Sulla base degli elementi raccolti si ipotizza un quadro nevrotico: Dal punto di vista intellettivo, il bambino presenta potenzialmente un buon livello di intelligenza. Nonostante ciò, quest’ultima non sembra essere utilizzata in modo costruttivo nel processo di adattamento alla realtà e non riesce a mediare in modo equilibrato il rapporto e il passaggio dal pensiero astratto e immaginativo al pensiero concreto e reale. Il pensiero, infatti, risulta a volte povero rispetto alla capacità di mentalizzazione e alla capacità riflessiva e altre volte manifesta un’importante difficoltà nel controllo delle emozioni che interferiscono nei processi di pensiero. In questo senso, il funzionamento cognitivo appare oscillante, perché se da un lato si evidenziano tendenze al pensiero ossessivo e alle stereotipie, dall’altro l’emotività può prendere il sopravvento fino a ridurre in alcune situazioni l’esame di realtà.

Il funzionamento affettivo-emotivo risulta caratterizzato da labilità emotiva e da un’angoscia profonda verso determinate situazioni traumatiche. Sembra essere presente un’emotività vulnerabile, debole e tendenzialmente passiva. Il tema della separazione genitoriale sembra destare in lui sentimenti ed emozioni ancora irrisolti. La figura del padre è forse vissuta come personaggio pericoloso, che provoca ancora ferite e dolore. Frequente è il tema della morte, vissuta a volte con angoscia e altre volte come mezzo per esprimere un’aggressività latente. Quest’ultima sembra essere inibita e trattenuta, a volte percepita come pericolosa.

Sul piano relazionale si evidenzia la tendenza a ricercare poco il contatto con l’altro, ma piuttosto a temerlo, attraverso modalità regressive e passive. Gli altri sono vissuti come pericolosi e cattivi, oppure evitati, o ancora inesistenti.

Ipotesi diagnostica (secondo i criteri di classificazione PDM):

-        Disturbi ansiosi di personalità (PCA 111)

-        Fobie (SCA302)

-        Disturbi di somatizzazione (SCA304) / Disturbi dell’evacuazione (SCA323)

 

Aree problematiche e risorse disponibili:

Alla luce di quanto raccolto, le aree problematiche da evidenziare riguardano soprattutto la vita affettiva ed emotiva, l’area delle relazioni, il contesto familiare e la sintomatologia, in particolare le diverse fobie e l’eccessivo controllo sfinterico. Un punto cruciale è anche quello della tolleranza alle frustrazioni e all’angoscia.

Possiamo invece considerare come risorse disponibili e valorizzabili quelle dell’area cognitiva, la quale non sembra essere sufficientemente utilizzata in modo costruttivo, l’area sociale, ovvero il rapporto con i coetanei, con gli insegnanti, e il rapporto con i nonni, che sembra essere una fonte positiva di accudimento e rassicurazione.

I fattori che possono essere considerati di “rischio” riguardano un aggravamento della condizione fisica e somatica del disagio, ma anche il rapporto di tipo simbiotico presente nei confronti della madre.

Obiettivi:

La prima fase dei colloqui di sostegno dovrebbe essere rivolta alla creazione di una buona alleanza terapeutica e al rafforzamento della motivazione intrinseca.

Attraverso la relazione terapeutica, si dovrebbero rafforzare le capacità cognitive e intellettuali, per rendere più stabile l’esame di realtà e incrementare il senso di autoefficacia.

Parallelamente, un obiettivo cruciale dovrebbe essere la possibilità di poter imparare ad esprimere le proprie emozioni in parole (alfabetizzazione emotiva) in una relazione di fiducia e di non-giudizio, per contrastare la somatizzazione delle fobie, che crea non poche difficoltà nella vita quotidiana e che scaturisce dal passaggio sul corpo di ciò che non può essere riconosciuto e messo in parola.

Nelle prime fasi, quindi, l’obiettivo dovrebbe essere quello di far in modo che le fobie diventino meno invalidanti.

A lungo termine, invece, sarebbe utile lavorare sul processo di individuazione e separazione dalla mamma, rafforzando l’autostima e puntando sulle relazioni amicali e scolastiche.

 

Azioni e Interventi:

Gli obiettivi sopra esposti possono essere perseguiti attraverso tecniche di intervento quali l’ascolto empatico, l’incoraggiamento e gli interventi psicoeducativi (utilizzando anche consigli-elogi).

Si tratta quindi di un intervento di tipo prevalentemente supportivo, almeno nelle prime fasi del percorso terapeutico.

Il fine ultimo dovrebbe essere quello di avvicinarsi gradualmente ad un tipo di intervento più espressivo, cioè conquistare quella possibilità di essere consapevole delle proprie emozioni e capace di lavorare su di esse.

Alla luce di questo esempio di progetto terapeutico “ipotetico”, emergono alcune riflessioni rispetto al lavoro effettivamente svolto con il bambino.

Nelle prime sedute di colloquio è stata cruciale la creazione di una buona relazione terapeutica e il rafforzamento della motivazione.

Infatti, se dapprima il bambino sembrava smarrito e confuso rispetto agli incontri in seduta, successivamente ha imparato ad utilizzare quello spazio come il “suo” spazio, un posto e un tempo per sperimentarsi e “sentirsi”.

Nonostante questo, tuttavia, nel corso delle sedute le emozioni sono spesso rimaste senza un nome, non verbalizzate, non espresse, seppur sentite e manifestate attraverso giochi di ruolo (attuati in seduta) che portavano e veicolavano intrinsecamente una fortissima carica emotiva, quasi esplosiva, come un incidente o un attentato terroristico. Questo ha fatto sì, probabilmente, che le emozioni fossero effettivamente esperite nell’unica modalità in grado di essere sfruttata, cioè il gioco, senza mai arrivare però a parlare delle proprie emozioni.

L’alfabetizzazione emotiva rappresentava, infatti, un obiettivo molto importante, in parte raggiunto successivamente attraverso i racconti della propria quotidianità, delle proprie paure e i disegni che rappresentavano le sue fobie.

Certamente, definire un progetto terapeutico con obiettivi e azioni consente non solo una miglior definizione delle risorse e delle problematicità ma anche una maggiore consapevolezza degli strumenti utilizzati, della loro utilità per “quel” determinato paziente, del progressi e degli obiettivi già raggiunti, come anche di quelle aree più resistenti al cambiamento terapeutico, che richiedono quindi una nuova ridefinizione di tempi, modi, strumenti per supportare un vero cambiamento nel paziente.

Ferraro Sonia
Psicologa Specializzanda del 3° anno della Scuola Adleriana di Psicoterapia.

 

Source: RSS Istituto di Psicologia Individuale A.Adler

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