Lo stile di vita finzionale

Lo stile di vita finzionale

Il tema di questa tesina nasce da una riflessione formulatasi in me a seguito del seminario di Frabosa ed in relazione al seminario dell’anno precedente.

Il professor Grandi si è soffermato a lungo, in quest’ultima occasione, su quanto sia mutato l’atteggiamento delle persone nell’epoca attuale, a seguito dei continui rimandi dei media che, in un concatenarsi di emulazioni e scimmiottamenti, diventano cause ed effetti di un maggiore cinismo, di uno humour improntato prettamente sul sarcasmo, di una logica del potere con riduzione drastica della necessità morale, vista, quest’ultima, più nell’ottica infantile di premio o punizione che non come una componente del sentimento umano.

In sostanza, l’uomo posto di fronte ad un contesto che lo mette di fronte ad una contingenza di armonizzazione con esso, a prescindere dalla giustezza in senso assoluto dei valori che lo governano, è soggetto a quelle forze condizionanti che si traducono in stili di vita finzionali, nel punto d’incontro tra società e singolo, e che il professore chiama: idola fori, idola tribus, idola theatri e idola specus.

Allora, pensando al seminario dell’anno scorso, basato sul concetto aleatorio di normalità, se quest’ultima non è definibile una volta per tutte, ma è come un meridiano virtuale la cui posizione viene variata, volta per volta, a seconda delle condizioni geografico-storico-culturali, ciò che si è appena descritto è per il paziente, che si presenta a noi destabilizzato da tale realtà, ma anche assuefatto ad essa, la normalità appunto.

La domanda che ci si pone è, allora, come farà il paziente a credere alla nostra versione della realtà, in cui ciò che viene promosso fuori dallo studio, viene qui invece connotato negativamente e come farà, ciò che a fatica depositiamo in lui, in termini di speranza e fiducia, se fuori dalla stanza un numero maggiore di persone e per una quantità di tempo superiore gli proporrà insistentemente il contrario? Si sentirà preso in giro dal terapeuta? O, nel migliore dei casi, penserà che egli è un ingenuo idealista che vive fuori dal suo tempo?

A fronte di ciò mi viene in mente, pensando alla metafora del naufragio, che in un caso come questo il paziente percepirà, forse, che anzichè nuotare da solo in mezzo alle onde, ha l’appoggio di una zattera. Una zattera forse figurerà comunque piccola cosa rispetto all’immensità dei flutti intorno, ma sarà pur sempre meglio che nuotare stremati in una solitudine sconfinata.

A fronte di ciò, mi viene in mente un paziente che utilizzerò in chiave eseplificativa nel corso di questo lavoro poichè ben si presta, con le sue caratteristiche, alla posizione psicologica dell’idola theatri, un’ottica secondo la quale il proprio valore è misurato attraverso l’indice di gradimento del proprio gruppo classe secondo un’ottica prettamente prestazionale per cui si è ciò che si è in grado di fare, secondo standard elevati che tradiscono un ideale di perfezionismo, nonchè insicurezza e la mancata percezione e consapevolezza di un valore intrinseco alla persona.

Ciò mi riporta agli studi del primo anno, quando, leggevo di Adler che affermava quanto fosse parzialmente efficace lavorare sulla trasformazione del singolo che poi, venendo immerso nuovamente in un contesto nocivo, tendeva, a lungo termine, a tornare ad esserne destabilizzato e quanto fosse importante, in quest’ottica, l’aspetto preventivo ed educativo sui minori.

Nella sua lungimiranza, egli proponeva un lavoro di rete con le strutture scolastiche ed educative, nonchè con le famiglie, per lavorare per tempo sulla struttura di personalità in formazione dei minori affinchè le future generazioni contribuissero a costituire un contesto migliore. Progetto sicuramente pretenzioso e dispendioso, specie in periodi di crisi economica come quello attuale, ma realizzando il quale, il naufragio di un paziente troverebbe attorno a sè diverse scialuppe su cui trovare, volta per volta, appoggio, facilitando anche il mantenimento a lungo termine degli esiti di un buon percorso terapeutico.

Dal canto nostro, noi dovremmo favorire tale lavoro di rete e nel frattempo puntare, con sforzo e perseveranza, a rinforzare l’Io del paziente affinchè costituisca, esso stesso, una solida barca su cui riprendere fiducioso la navigazione, consapevole che ci saranno sicuramente altre tremende burrasche, ma che ora sarà maggiormente in grado di sostenerne i colpi e cavalcarne le onde.

Massimiliano Irenze, Psicologo, Psicoterapeuta in formazione a indirizzo Individual Psicologico.

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