Quando le “sbarre” fanno stare meglio: il dolore fisico

Quando le “sbarre” fanno stare meglio: il dolore fisico

 

“Il dolore è una sensazione spiacevole ed una esperienza emotiva dotata di un tono affettivo negativo, associata ad un danno reale o potenziale del tessuto o comunque, descritta in rapporto a tale danno”.

(OMS,1988)

 

Spesso i bambini (e non solo), quando si fanno male, chiedono il famosissimo “bacino sulla bua”, un po’ per placare il dolore generato da una caduta o da una ferita in generale. Tale “pratica”, se così si può chiamare, potrebbe essere accumunata all’effetto placebo, ma ciò risulta essere vero solo in parte. Quando si parla di effetto placebo si pensa alla risposta di un organismo dinanzi alla somministrazione di una sostanza inattiva o di un trattamento medico privo di proprietà terapeutiche. Per quel che concerne il dolore e la percezione dello stesso, le cose si complicano un po’.

Negli anni ’60 Ronald Melzack e Patrick D. Wall formulano la Gate Control Theory (Teoria del Cancello) che sottolinea l’importanza delle stimolazioni tattili, e quindi anche baci, carezze, massaggi, etc, nella percezione del dolore stesso, sia esso accentuato o mitigato.

La trasmissione degli impulsi nervosi, dalla periferia al midollo spinale, viene modulata principalmente da meccanismi appunto di “gate control”, ovvero controlli a cancello, lungo il corno spinale.

Sono diversi i fattori che influenzano la posizione del cancello e la quantità di informazioni inviate all’encefalo. Per esempio, se l’impulso che proviene dalla periferia viaggia su fibre di diametro grande, la trasmissione al SNC risulta inibita e dunque il “cancello” apparirà chiuso; al lato opposto invece le fibre piccole determinano l’incremento della trasmissione ai centri superiori e, di riflesso, il “cancello” risulterà aperto.

Le “sbarre”, e dunque i cancelli, possono essere di vitale importanza per l’essere umano in quanto, in situazioni di estremo pericolo, permettono, attraverso la loro apertura/chiusura, il rilascio automatico di endorfine che consentono una percezione minima del dolore rispetto al danno reale. Si pensi per esempio ai soldati in guerra, appena feriti, ma comunque in una situazione di estremo pericolo per l’incolumità generale. Mediante il rilascio delle endorfine, e dunque di questi oppiacei naturali, il nostro organismo, ponendo la vita come priorità assoluta, allevia il dolore percepito della ferita da arma da fuoco e consente al soggetto di combattere per salvarsi la pelle.

Il meccanismo “a cancello” sottolinea nuovamente l’interazione esistente tra mente ed organismo, esso infatti viene anche influenzato dai messaggi derivanti dal cervello e direzionati al midollo spinale.

Riprendendo la citazione iniziale, possiamo dunque sottolineare come il dolore possa essere sia il sintomo di una lesione organica, sia un’esperienza somatopsichica, trattando di mente e corpo come di due entità poste lungo un continuum funzionale e indissolubile.

Il dolore psichico

 

Il dolore psichico se non supera un certo livello, è essenziale alla costruzione dell’Io che, attraverso la perdita dell’oggetto amato, e la conseguente frustrazione, abbandona lo stato di onnipotenza infantile per approdare al principio di realtà”.

(Freud)

A differenza del dolore fisico, che è facilmente riconoscibile, il dolore psichico appare molto più complesso da definire, è asseribile ad un fenomeno misto che ha luogo al confine tra corpo e psiche. Al tempo stesso è importante sottolineare come, anche il dolore fisico, sia fortemente influenzato dalla formazione psichica di chi lo percepisce.

Trattandosi di un fatto estremamente personale, il dolore può essere paragonato al mezzo di conoscenza del mondo interno della persona stessa, è un’esperienza soggettiva determinata da fattori individuali, da esperienze passate, ma anche dalla personalità, dalla struttura psichica della persona e da eventuali fattori socio-culturali.

Freud, in una sua seconda teorizzazione, guarda al dolore come ad un mezzo necessario alla costruzione dell’Io che, mediante la perdita dell’oggetto amato e la rispettiva frustrazione che ne deriva, abbandona lo stato di onnipotenza infantile per giungere al principio di realtà, come sottolinea la citazione iniziale.

Sandler (1980) guarda invece al dolore come uno stimolo per l’avvio e la successiva regolazione delle risposte adattive dell’individuo. Dinanzi allo stato di tensione, dal punto di vista dell’Io, si possono rilevare diverse risposte possibili: reazioni che conducono ad un progressivo adattamento, e quindi a vantaggi per lo sviluppo oppure risposte patogene che possono portare a differenti forme di disturbo.

Spesso e volentieri, è proprio con questo tipo di “dolore” che la nostra professione si ritrova a far i conti. Grandi autori come Freud (1911) o ancora Bion (1970) hanno rimarcato le differenze esistenti tra dolore psichico, mentale o ancora sofferenza psichica, ma, per quanto tali cornici teoriche siano di peculiare importanza, come primo assunto dovremmo partire da ciò che in realtà balza subito all’occhio, ovvero la profonda sofferenza di un paziente che richiede il nostro aiuto.

Il nodo cruciale probabilmente sta nel come e nel quanto una determinata sofferenza sia stata elaborata dal paziente, a seconda delle proprie e personali attitudini, risorse e strategie di coping.

“Se la sofferenza è un’esperienza comune a ciascuno di noi come umana possibilità, le forme concrete con cui la sofferenza viene vissuta, nei suoi aspetti psicologici e nei suoi aspetti somato-psichici, cambiano in ciascuno di noi sulla scia delle nostre personali attitudini ad accettare e a elaborare l’esperienza del dolore morale e della sofferenza”.

(Borgna E.)

La “terapia” del dolore

 

Prendersi cura del dolore altrui non è sempre semplice ed automatico. È proprio per questa ragione che ho deciso di accostarmi a questo approfondimento con un titolo tanto profondo quanto toccante. Si parla infatti di terapia del dolore quando si fa riferimento alle malattie terminali e con tale termine ci si riferisce all’insieme delle varie cure palliative che accompagnano in un percorso di accettazione il malato, sia esso un bambino o un adulto.

La psicoterapia, pur prendendo principalmente in cura la psiche del soggetto che richiede il nostro aiuto, si occupa indirettamente anche del corpo, essendo queste due componenti imprescindibilmente connesse tra di loro.

Non sempre prendersi cura e farsi carico del dolore altrui appare un incarico semplice, anzi, spesso e volentieri risulta essere un arduo compito che coinvolge al suo interno aspetti differenti della relazione, partendo banalmente dall’alleanza terapeutica stessa, fino ad arrivare al concetto di empatia.

A tal proposito, durante gli approfondimenti su tale tematica, mi sono imbattuta in una particolare leggenda greca, il Mito di Asclepio.

Asclepio nasce dalla relazione illegittima tra Coronide e il dio Apollo. Dopo la morte della madre, uccisa dallo stesso Apollo, Asclepio viene affidato agli insegnamenti di Chirone, dal quale impara l’uso dei medicamenti e dei ferri chirurgici. Un giorno riceve in dono da Atena due fiale: una contenente il sangue colato dalle vene della parte sinistra del corpo della Gorgone che aveva il potere di resuscitare i morti e un'altra con il sangue che era colato dalla parte destra dello stesso corpo, ma che aveva il potere di dare la morte. Vennero innalzati a lui templi e statue e rapidamente diventò il padre della medicina.

Ho deciso di approfondire, seppur marginalmente, tale mito per la figura peculiare che ne è protagonista. Un semidio che all’interno della sua essenza permette la coesistenza di due poli esattamente opposti: il dolore e conseguentemente la morte e al polo contrario la cura e di riflesso la vita.

Tale immagine, fin dal primo momento in cui sono riuscita a mentalizzarla, mi ha subito rimandato all’idea del terapeuta che, all’interno della sua persona, detiene sia una parte salvifica, sia una parte mortifera, spendibile con il paziente stesso. Credo che ognuno di noi, terapeuta o no, sia il frutto di componenti buone e cattive, ciò che fa però la differenza all’interno delle professioni di aiuto è la capacità della persona di sapere sfruttare al meglio la componente “buona” al fine di poterla rendere spendibile con, e per la persona che richiede il nostro aiuto.

Come nel mito di Asclepio il terapeuta, in qualità di medico della psiche, ha il compito di saper padroneggiare adeguatamente la parte “cattiva”, fatta di impulsi, dolori, zone d’Ombra (1), etc. utilizzando al meglio invece la parte di cura vera e propria.

Quello appena descritto è sicuramente un compito arduo, fatto di incessanti sfide e di processi in continuo divenire, la cui dinamicità può essere compresa solo mediante un adeguato e progressivo percorso di analisi e di comprensione personale.

Elisa Capogreco
Psicologa, Specializzanda al terzo anno della Scuola Adleriana di Psicoterapia.

 

Sitografia

(1) Archetipo junghiano.

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